Non so perché mi sia venuta in mente questa cosa. Non ricordo già più cosa avessi visto, e dove, che me l’ha fatto pensare. Ma mi è sembrato subito chiaro: c’è un equivoco fondamentale, alla base di molti femminismi e di come viene percepito il movimento femminista in una società che fa di tutto per depotenziare le donne, riducendole a funzioni sociali: mamma, moglie, assistente, gregaria, portatrice d’acqua, valida collaboratrice di un uomo. Il femminismo viene venduto alle ragazze come un movimento finalizzato alla protezione dei loro fragilissimi diritti, un gioco in difesa che esaurisce se stesso nelle “questioni femminili”: l’aborto, la sessualità, il consenso, l’autodeterminazione del corpo, l’accesso allo studio e alle professioni, la parità salariale. Siamo femministe, quindi, per non morire. Siamo femministe come la pattuglia dei ranger di Jon Snow in mezzo ai White Walkers.

Non può essere così, non può essere sufficiente.

L’idea che essere femministe esaurisca la scala del nostro pensiero e ci assegni a un angolo, l’Angolo della Femminista, è una costruzione patriarcale. Sei femminista, fai solo quello: del resto è già un lavorone, trovare una via per l’affermazione del tuo essere, combattere contro una cultura che ti considera solo se muori male, che ti vuole santa, impeccabile, tre volte più brava dei tuoi colleghi maschi e tre volte meno degna di prendere il comando. Sei femminista, fai la femminista. Non ci provare neanche, a formulare e proporre idee che non siano strettamente legate alla tua condizione, alla pratica che hai abbracciato, al genere a cui appartieni.

Ci siamo cascate, più per necessità che per inclinazione. La nostra inclinazione è di allargarci, di vivere e pensare a 360°, non certo di chiuderci in un angolo a parlare sempre delle stesse cose. È finita che il femminismo, nella percezione pubblica, si è ridotto all’occupazione degli spazi, all’attacco ai fortini, all’invasione di un territorio ostile. Come guerrigliere sparse e disunite, arranchiamo, ognuna per sé, come meglio riesce, sperando che il piazzamento delle bandierine acceleri il cambiamento. Invece, pensa un po’, appena cambia il vento – e in questo periodo soffia dalle fogne, appestando tutto – le posizioni faticosamente conquistate nella lunga guerra di trincea vengono perdute. Perché non conta quante donne sono riuscite a riempire le caselle che prima erano assegnate agli uomini, se quelle donne non lavorano per cambiare il sistema che rende così difficile per una donna competente vedersi riconosciuto un ruolo e un valore.

Il sistema cambia solo se il femminismo – non le donne, ché le donne non sempre sono sensibili al problema o hanno una visione d’insieme sul problema sistemico – entra nel dibattito pubblico, politico, filosofico con la dignità che gli compete, e non di striscio, per gentile concessione o perché questo è il suo momento. Il femminismo come pratica e sistema di pensiero, come critica più o meno radicale ai valori della nostra società e alle strozzature imposte dai ruoli di genere; come intersezione di ogni pensiero sull’oppressione patriarcale, che non riguarda solo le donne e anche fra le donne è soggetto a variazioni a seconda della classe sociale, dell’etnia, della cultura di appartenenza; come movimento progressista, con un occhio al futuro.

Non mi interessa quante donne siedono in Parlamento, se quelle donne non sono portatrici di pensiero femminista. Non mi importa di quante donne occupano i posti al vertice dei consigli d’amministrazione, se la nostra società (e per estensione, il mondo del lavoro) continua a essere verticistico, improntato alla retorica del successo, della gloria individuale, del denaro come misura del valore delle persone. Non è rilevante che Giorgia Meloni sia a capo del suo partito, se lei si spende nel quotidiano per restaurare il genere di società che la rispedirebbe direttamente in cucina. Anche se lei forse pensa di no. Le bionde di destra pensano sempre di essere al riparo dalle angherie che infliggono alle altre.

Il femminismo non ci serve a darci la spinta per combattere nel mondo dei maschi, ma per smantellarlo, pezzo dopo pezzo, cambiandone le regole d’ingaggio. Non abbiamo bisogno del femminismo, se questo ci aggiunge solo senso di colpa perché siamo venute meno alla nostra missione, non ci siamo proposte, non abbiamo sgomitato per ottenere quello che agli uomini viene semplicemente offerto, non abbiamo trionfato. Non è quello, il femminismo che ci serve, quello di cui abbiamo bisogno.
Il femminismo di cui abbiamo bisogno non è solo sopravvivenza: è capacità critica, capacità di individuare i nodi culturali che impediscono a uomini e donne di autodeterminarsi secondo i loro desideri, al di fuori degli schemi imposti dalla società. Il femminismo che dobbiamo fare non è femminismo di difesa, è femminismo di costruzione: abbiamo bisogno di politiche femministe, ingegnere femministe, economiste femministe, imprenditrici femministe. Abbiamo bisogno di portare quella che è una filosofia in costante evoluzione, che produce continuamente pensiero fresco, dentro la vita del paese. Senza timore, senza esitare, senza permettere a nessuno di relegarci a una nicchia, di sminuirci come minoritarie: esistiamo e resistiamo, evolvendoci, da qualche secolo, da prima di molte altre correnti di pensiero ritenute più rilevanti e forse, sarà ora di dirlo, gravemente sopravvalutate.