L’intervento di Katia Tarasconi all’assemblea del PD sta girando rapidissimo sulle bacheche degli elettori di sinistra. “Ritiratevi tutti”, dice Tarasconi, in apertura, poco dopo che Matteo Orfini ha richiamato l’assemblea al silenzio e all’ascolto della delegata non celebre, non famosa, non regolarmente invitata nei salotti televisivi e (dettaglio non trascurabile) femmina.
Davanti all’assemblea di un partito in gravissima crisi, Tarasconi si alza e incarna la frustrazione dell’elettorato di sinistra orfano di un partito progressista a vocazione maggioritaria davanti a un PD diventato per loro invotabile: dall’inseguimento affannoso delle politiche della destra (liberale e non) alla totale autoreferenzialità di un partito che parla solo di chi comanda all’interno del partito e nel quale VIP e peones sono divisi da un cordone tutt’altro che metaforico, tutto ha contribuito a spingere gli elettori verso altre formazioni, o peggio ancora, verso l’astensionismo.

Eppure allo stato attuale delle cose il PD mostra di avere tutta l’intenzione di ignorare questa frustrazione, convergendo verso la nomina di Marco Minniti come segretario, con il sostegno della corrente maggioritaria nel partito, ovvero quella renziana. Se Tarasconi è la personificazione di tutto quello che il PD rigetta (la collegialità, innanzitutto; ma anche e soprattutto la presenza viva e centrale delle donne, leader e non gregarie), Minniti è l’usato sicuro di un partito che ha scelto da tempo di votarsi alla filosofia dell’uomo forte al comando e della retorica anti-immigrazione travestita da buon senso e attenuata nella forma, ma non nella sostanza. A questo punto è legittimo pensare che il PD sia questo: un partito di maschi che cercano di assicurarsi un posto di potere utilizzando il linguaggio e i codici della cultura machista che Salvini incarna con molta più decisione e capacità comunicativa. Il vuoto ideologico è ormai molto simile: il PD non ha più un’idea di paese. Ce l’hanno forse i singoli individui all’interno del partito, ma è un’idea frammentaria e priva di autentico coraggio. Se avesse avuto il coraggio delle sue azioni e una fiducia profonda nella capacità del paese di guardare al futuro, il PD poteva diventare il partito di sinistra progressista che molti di noi – moltissimi – aspettavano, invece è diventato il partito del PD.

Non solo: il PD è anche diventato la cosa di cui tutti parlano quando parlano del PD. Parliamo di Tarasconi e del suo intervento, giusto ma fin troppo reminiscente di quello di Debora Serracchiani, cooptata da Renzi fino all’irrilevanza, e comunque (per quanto giustificato) autoreferenziale quanto il partito stesso. Parliamo di Minniti e di quello che rappresenta. Parliamo di Renzi, di Zingaretti, di Boccia, di Richetti, di Calenda. Di Fronti Repubblicani. Parliamo del fatto che alle primarie non si presenta nemmeno una donna, meno che mai una donna giovane: non avrebbe alcuna possibilità, le farebbero la guerra. Non contano le idee, conta quanto sei maschile nell’esporle e la tua capacità di prendere a gomitate nei denti la concorrenza, cosa che ovviamente i maschi sono meglio preparati a fare. Dalle donne ci si aspetta che siano miti, sorridenti, competenti, cortesi, gregarie. Che sappiano fare squadra, ma non emergere. Che abbiano idee ma siano pronte a offrirle per la gloria del Leader. E che sappiano mandare giù tutto questo senza fare storie, senza mostrare ambizioni, senza credere in se stesse e nella propria capacità di guidare una squadra. Che non si aspettino che il partito richiami in maniera decisa i propri esponenti quando esibiscono il loro sessismo in maniera plateale: da Laus che dice alla collega pentastellata “Vai in cucina” a De Luca che biascica distinzioni fra le donne “impegnative” come Elisa Isoardi a quelle “rilassanti” come Rosy Bindi, raccomandando a Salvini di accompagnarsi alla seconda. Perché dai, fa ridere, no? Accostare l’avversario politico a una donna non giovane e avvenente. Il partito di Martina, quello che da piazza del Popolo gridava “Donne! Venite da noi!” E perché mai? Per guardarvi mentre fate spogliatoio sulla nostra pelle a un livello che manco l’ultima delle squadrette di provincia? Se volete le donne – se volete le femministe, soprattutto – questa gente qua va messa in un angolo.
Ma non le volete, anzi: vi guardate molto bene dal riconoscere al femminismo un valore fondante nella creazione di una politica che guardi al futuro.
Avete paura. Puzzate di paura. E vi meravigliate che la gente non vi voti, nonostante la notorietà di cui gode la sigla di cui siete esponenti, e il capitale di esperienza di cui potete farvi forti.

Al momento, un partito di sinistra guidato da una donna (no: da una femminista, non è irrilevante) c’è: non è il PD, è Possibile. Una realtà collegiale, progressista, con elementi che stanno crescendo nella coscienza del paese (oltre al fondatore e attuale battitore libero, Pippo Civati, c’è anche l’energica e competente Elly Schlein, parlamentare europea) e una proposta politica articolata. Ma è anche una realtà che non ha ancora i numeri per aggregare un elettorato significativo. Se pensiamo che non importi, che ci sia tempo, non abbiamo presente quanto siano importanti le elezioni del Parlamento europeo del maggio 2019 per la salute e la stabilità dell’Unione.

E mentre il PD precipita al rallentatore disintegrandosi un pezzo alla volta al contatto con l’atmosfera che circonda le Europee, la destra – nello specifico, la Lega – sta già facendo campagna, con il beneplacito della Russia e fagocitando l’elettorato del M5S a ritmi impressionanti. L’obiettivo di Putin è spaccare l’Unione europea: megalomania a parte, è più facile gestire i negoziati per la vendita delle risorse naturali con sedici paesi e altrettante valute deboli, piuttosto che con un blocco economico e finanziario e una valuta forte. A questo pericolo concreto per la stabilità del mondo, il PD risponde con un tentativo fallito di riformare il suo statuto e la candidatura di Minniti.
Ha ragione Katia Tarasconi: ritiratevi tutti.