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Sono circa le undici di mattina del 24 gennaio 2014, e in testa ai trending topic su Twitter c’è l’hashtag #WeWillAlwaysSupportYouJustin. Come forse saprete, il giovane canadese è stato arrestato perché stava giocando a GTA: Real Life con la sua Lamborghini, il tutto mentre era fatto come una zucchina. Succede, se sei un ragazzino diventato famoso troppo presto, figlio di una mamma adolescente che ha usato il suo non avere interrotto la gravidanza che ti ha prodotto come argomento contro la scelta di abortire, se sei viziato e (a occhio e croce) non troppo intelligente. Ma soprattutto, fatto come una zucchina. Sono ormai anni che Bieber finisce regolarmente in cronaca per aver combinato qualcosa di più o meno spiacevole: finora non si era trattato di niente di illegale. Ora, invece, l’ha fatta grossa. E le fan sono accorse in suo soccorso (più o meno: l’hashtag ovviamente viene usato anche da chi critica il sostegno incondizionato all’idolo di turno, nonostante le sue malefatte).

Qui il punto non è certo l’opportunità di sostenere un idolo a prescindere. Lo fanno gli adulti con politici e calciatori, figurarsi se non lo possono fare le ragazzine. Quello che ci si domanda è: ma se tutto questo fosse successo negli anni ’80, se il fattone al volante della Lamborghini fosse stato Simon Le Bon o Morten Harket (giovani, non perdete tempo a cercare Morten Harket su Wikipedia: era il cantante degli a-ha, quelli di Take On Me, presente?), noi fan avremmo preso d’assalto i social network per manifestare la nostra solidarietà con frasi del tipo “Salviamo il ragazzo che ci ha salvato la vita”?

La verità è che non lo sapremo mai, perché Twitter non c’era. La rete non c’era, ma soprattutto non c’era Twitter.

Non è una cosa banale come sembra: stiamo parlando di quello che gli americani chiamerebbero game changer, un cambiamento epocale nel modo di comunicare e anche nel modo di pensare la comunicazione, di pensarsi come comunità (ne avevo già parlato, scherzosamente ma non troppo, qui). Le fan adolescenti su Twitter hanno inventato un linguaggio appropriandosi degli strumenti messi a disposizione dal mezzo (gli hashtag, in primis, ma anche la possibilità di cambiare il proprio nome per manifestare lealtà nei confronti dell’idolo, adattandolo alle circostanze), e hanno trovato nella rete e soprattutto in Twitter un modo efficace per essere, come dicono loro, famiglia.

Le fan dei Duran Duran, degli Spandau Ballet, degli a-ha, degli Europe (continua a piacere) potevano sentirsi famiglia solo comprando i giornali musicali per ragazzine, scrivendosi a vicenda e diventando “amiche di penna” sulla base dell’affinità musicale. Se gli idoli di turno calavano in Italia, potevano incontrarsi davanti agli alberghi, affollare le arene del Festivalbar, e poco altro. Le possibilità di aggregazione erano molto limitate e anche il rapporto con l’idolo era molto diverso: fra amiche ci si spartivano i membri dei gruppi secondo un ordine di beccata ben definito (la più carina e popolare si beccava il più figo o il cantante; e via via a scendere). Le fan moderne si aggregano a ridosso delle loro cotte, le dichiarano al mondo, sostengono le fidanzate di turno oppure le aggrediscono (a seconda), il tutto in branco. Dal gruppetto di amiche che contempla sospirando il poster siamo passati alla folla di fan che manifestano pubblico amore, rumorosamente e tutte insieme, facendone la cifra della loro stessa presenza in rete. La Belieber si distingue a occhio dalla Directioner, dalla Selenator, dalla Mayniac: basta un’occhiata al profilo.

Le fan degli anni ’80 non si sentivano salvate dall’idolo. I Duran Duran li ascoltavi, ti piacevano, a volte moltissimo, ma restavano musica con un immaginario limitato: nessuna di noi aveva accesso alla quantità di minuziose informazioni sulla vita di Le Bon e soci che le ragazze di oggi possono avere su Niall Horan o Liam Payne. Dei Duran Duran, noi sapevamo che erano di Birmingham e un bel po’ più grandi di noi, che si erano formati come qualsiasi altro gruppo prima dei talent show e di YouTube (no, questo non lo sapevamo: non c’erano né i talent né YouTube) e che facevano musica che ci piaceva con facce che ci piacevano vestiti in un modo molto vistoso. Le notizie dei loro matrimoni venivano salutate con un po’ di cordoglio e qualche intervista di Red Ronnie (che allora era avantissimo e aveva capito il potere mediatico delle ragazzine). Poi finiva lì. Non c’era un posto dove potessimo andare tutte insieme a fare la lotta contro il mondo. Non avevamo la sensazione – per quanto illusoria – che là fuori ci fosse un’intera gigantesca famiglia su cui contare nei momenti difficili che una ragazza attraversa sempre.

La rete e Twitter hanno cambiato il modo in cui i giovanissimi pensano a se stessi: non solo qui e ora, ma anche là fuori, con tutti gli altri. Per ora sono hashtag in soccorso di un ragazzino confuso e drogato, ma in futuro, chissà: il fatto di percepire se stessi come parte di un unico grande organismo è potenzialmente applicabile a molto più che i guai di una popstar in declino.