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Cambiare il mondo (cane)

È un lavoro quotidiano, e si fa tutti insieme, ognuno come può, ognuno per quello che può.

0034Non si è mai troppo vecchie o esteticamente incompatibili per un bel discorso sui massimi sistemi e salutare con la mano a cucchiaino, quindi aspettate un attimo che mi metto coroncina e fascia di Miss Scassapalle e torno. Pronti?

Non è un bel periodo, per i progressisti. È un ottimo periodo per i nostalgici di un passato che spesso non hanno mai vissuto, ma non per i progressisti. La tendenza è ad andare indietro, e la vedo anche in persone a me vicine, acculturate, intelligenti. Si frena con mani piedi e anche denti per la paura di cambiare, e questo è frustrante per chi vede nel cambiamento, anzi, nell’evoluzione una forza positiva. Senza il cambiamento e l’evoluzione staremmo ancora svenute in salotto col bustino stretto. Quindi continuiamo ad andare avanti, perché andare indietro, per molti di noi, è impensabile: io non vorrei tornare agli anni in cui non mi era concesso di studiare, lavorare fuori casa, votare, far sentire la mia voce. Non vorrei tornare a quando l’omosessualità era considerata una malattia mentale. Non tornerei neanche a prima della legge sulle unioni civili, che per carità, è una pezza molto più corta del buco che dovrebbe coprire, ma prima era peggio. Ci sono tanti momenti a cui non vorrei tornare, per cui per me si può solo andare avanti.

I progressisti si dividono più o meno in due gruppi: quelli che apprezzano il progresso e quelli che vogliono partecipare al progresso. Dipende dal carattere, dalle capacità, dalle inclinazioni. I secondi soffrono un casino, ogni giorno. Soffrono perché il progresso non è un treno giapponese che sfreccia dritto e inesorabile sul suo binario: il progresso è un cane con un biscotto appeso davanti al muso, che va avanti, va di lato, piscia, annusa, si distrae, si ferma a contemplare il biscotto pensando che è a posto così, si incazza con il biscotto, chiude gli occhi per non vedere il biscotto, lo prende a zampate, non riesce a mangiarlo ma un giorno, ne è sicurissimo, troverà il modo. Il progresso è fatto di un milione di frustrazioni e qualche rara, minuscola soddisfazione. Ci vogliono migliaia di chilometri per fare un progresso di un millimetro, e basta un millimetro di regresso per disfare chilometri di progresso. Ogni conquista del progresso è accolta da un’ondata di tentativi di regresso, ogni manifestazione del progresso è salutata con insulti, attacchi, e l’inevitabile scherno dei cinici, che ci deridono perché ci considerano degli illusi. Il mondo non cambia: perché provarci?

Buona domanda. Perché provarci?

Ognuno ha la sua motivazione, e questa è la mia. Ho accettato che potrei non vedere mai il cambiamento che voglio. Ma ho anche capito che io sono cambiata, che il modo in cui guardo il mondo si è evoluto perché qualcun altro ha detto o fatto cose che mi hanno aperto nuovi orizzonti. Altre persone che prima di me si sono spese per un mondo più giusto, più equo e più felice. Che hanno scritto libri, cantato canzoni, girato film. Che mi hanno dimostrato che non si è mai troppo piccoli o troppo deboli per fare la differenza. Una sedicenne di Alcamo che non sposa il suo stupratore, una sartina torinese brutta povera e comunista, una ragazza sorda e cieca che impara a leggere e a scrivere: queste sono le mie muse, i miei spiriti guida. Loro hanno fatto delle cose grosse, cambiato leggi, scritto pezzi di Costituzione, fondato coalizioni per le libertà civili. Io mi accontento di molto molto meno. Mi accontento di accogliere le indicazioni dell’Accademia della Crusca per un uso meno sessista della lingua italiana. Mi accontento di non attaccare le persone, in particolare le altre donne per l’aspetto fisico, le abitudini sessuali, le scelte personali che non mi riguardano. Faccio quello che posso, tengo pulito il mio giardino, cerco di essere un riferimento affettuoso e non giudicante per le ragazze più piccole, di amplificare la loro voce. Cerco sponda nelle persone che conosco e con cui condivido la visione del mondo, maschi e femmine e quello che ci sta in mezzo. Funzionerà? Forse no, forse non nell’immediato. Forse morirò vecchia e rincretinita (ché già adesso) in un mondo in cui le donne non possono girare da sole dopo il buio senza sentirsi dire che se le aggrediscono se la sono cercata. Creperò e ci sarà ancora una Barbara D’Urso che chiama la violenza relazionale “troppo amore”. Andrò all’altro mondo mentre in questo ci saranno ancora solo assessori, sindaci, direttori, e le donne non avranno diritto neanche a una desinenza adeguata al loro genere, perché devono ricordarsi che il posto che occupano l’hanno scippato a un maschio. I gay non potranno sposarsi e avere figli. Le donne che abortiscono dovranno continuare a saltare nei cerchi di fuoco. È perfettamente plausibile. Il progresso è un cane distratto.

Però se io mollo, se tutti mollano, il plausibile diventa sicuro, il cane si siede e non si schioda più. E a soffrire è improbabile che sia io, bianca, laureata, cisgender, europea. A soffrire saranno le piccole, i non conformi, i non bianchi, i non etero, i disabili, tutti quelli che non sono maschi, bianchi, cisgender, occidentali. Allora io non mollo, perché se è impossibile che il cane vada dritto è anche responsabilità mia fare in modo che continui a camminare. Di tanto in tanto tutti abbiamo bisogno di riposare: più siamo, più è facile darci il cambio. Non faremo tutti le stesse cose allo stesso modo, non avremo tutti gli stessi metodi e lo stesso linguaggio e a volte non saremo neanche d’accordo su come farlo andare avanti, ‘sto cane maledetto, ma lo faremo comunque. Cambiare il mondo non vuol dire cambiare il mondo. Vuol dire fare un milione di microcose irrilevanti se prese singolarmente, utili se accorpate al milione di microcose che fanno le persone intorno a noi, fondamentali se aiutate da poche macrocose fatte da chi governa. Cambiare il mondo è spostare un pelo di coda del cane, ogni giorno, finché il cane non avanza di un centimetro nella direzione del biscotto.

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