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Non una di meno: la manifestazione che c’era

Il silenzio dei media nazionali sulla manifestazione Non una di meno è un errore. Io c'ero.

IMG_3958Voi lo sapevate che sabato 26 c’è stata una manifestazione a Roma? Se annuite e pensate a quella per il “No” al referendum organizzata dal Movimento 5 Stelle è perché i media nazionali hanno dato molto più risalto a quella che all’altra, che si svolgeva in contemporanea e che ha portato in piazza circa 200.000 persone. Sto parlando di Non una di meno, manifestazione contro la violenza sulle donne che si è trasformata in un’occasione di rivendicazione di diritti negati, da quello all’autodeterminazione a quello alla tutela lavorativa, dalla libertà di uscire vestite come ci pare a quella di denunciare i nostri aggressori senza essere screditate perché troppo disinvolte per essere stuprate. Diritti legali, sociali, morali. In piazza sono scese le donne, ma sono scesi anche gli uomini, tanti uomini, giovani e meno giovani, alcuni per mano delle compagne altri con le amiche o gli amici, etero e omosessuali, vestiti come al solito o con sbaffi di rossetto alla Robert Smith. Tanti uomini davvero: a occhio io ho stimato il 35%, ma poteva essere pure il 40%. Un corteo lunghissimo, pacifico, che da piazza Repubblica è arrivato a San Giovanni facendo un giro infinito. Mi fanno ancora male i polpacci.

Perché se n’è parlato così poco?

Non è facile ricercare una responsabilità senza ricorrere subito al vittimismo: le donne non interessano, le donne non fanno notizia. È vero, le donne interessano solo da morte: è più facile piangerci che occuparsi di noi da vive. Ma duecentomila persone in piazza non sono bruscoli. Sono duecentomila persone in piazza per un motivo serio e ampiamente condivisibile, per quanto simbolico, in un momento in cui il mondo brulica di manifestazioni per i diritti delle donne: la Czarny Protest delle polacche, la protesta Repeal the 8th delle irlandesi e molte altre, sparse in tutto il globo. Un momento che coincide con l’elezione a presidente degli Stati Uniti di un uomo che si è vantato pubblicamente di aver molestato diverse donne solo perché era nella posizione di farlo, ed è stato accusato di molestie o aggressioni sessuali da almeno una dozzina di donne diverse, più una ex moglie (che ha poi un po’ ritrattato, un po’ no) e una ragazzina che ha ritirato la denuncia dicendo di temere per la sua vita. Un momento in cui è importante fare una scelta: con le donne e gli uomini che si oppongono alle discriminazioni e alla violenza di genere, o con la cultura dominante che considera la violenza (verbale, fisica, psicologica) contro le donne un’inevitabilità, qualcosa che esiste e dalla quale non è possibile prescindere, e che anzi le donne dovrebbero evitare di provocare. Una mentalità che include uomini e donne, una mentalità che non è legata alla biologia – non sono “gli uomini” a pensarla così, non sono “le donne” a opporsi – e che è la base del sistema operativo della nostra società. Per uscire da quella logica bisogna deciderlo. Il default culturale è maschilista.

A questo vanno aggiunte le polemiche pre-manifestazione delle femministe che si identificano nel separatismo, prima di tutte Marina Terragni, che avrebbe preteso che gli uomini marciassero in coda al corteo. Una pretesa assurda per mille ragioni: la prima, appunto, è il suo essere intrisa di determinismo biologico (i maschi sono quelli che ci picchiano, quindi devono starne fuori). La seconda è la presunzione di poter fare dei progressi sull’argomento senza includere gli uomini, che sono colpiti dalle discriminazioni di genere in maniera opposta e rovesciata rispetto alle donne, ma comunque grave: non vengono picchiati dalle donne in maniera statisticamente significativa, ma vengono da sempre sistematicamente privati del diritto a un’emotività libera, relegati a ruoli secondari nella cura dei figli, trattati come fessi che non ci arrivano (ma misteriosamente finiscono per governare il mondo: chissà come). La terza è l’attaccamento al cosiddetto “femminismo della differenza”, per cui gli uomini sono così e le donne sono cosà e non c’è niente in mezzo, una posizione che rifiuta di prendere in considerazione le persone transgender, genderqueer o intersex e in generale tutte le migliaia di sfumature che esistono fra Chuck Norris e Melania Trump.
Marina Terragni è una voce potente e riconosciuta, fra le poche al momento a cui venga accostata la qualifica di “femminista”. Non è difficile capire come posizioni di questo tipo, radicate in un femminismo che era attuale quarant’anni fa, siano respingenti. Il mio timore è che la sua richiesta sia passata come un’indicazione generale degli organizzatori, e abbia dato alla manifestazione un sapore vintage, di caramelle Rossana, che male si sposava con l’attualità e la modernità del movimento.

In piazza c’eravamo tutti, invece, dalle ragazzine che scandivano “Siamo tutte antifasciste!” alle signore affacciate che facevano il gesto del triangolo con le dita, i maschi, le femmine, probabilmente più di qualche indeciso, un po’ come a un Pride meno glitterato. Quello di ieri era il nostro Pride, la sfilata di chi non ci sta più, la sfilata di chi vuole camminare mano nella mano, essere maschio o femmina a seconda del momento, essere se stesso senza condizionamenti, scegliere il proprio genere di minuto in minuto senza sentirsi dare della “femminuccia” o del “maschio mancato”. È stato un momento positivo e bello, di vicinanza e comunione, in cui non ci siamo sentite sole e abbiamo potuto toccare con mano la volontà comune di essere umani insieme. C’eravamo tutti tranne Virginia Raggi, che pur essendo la prima sindaca della storia di Roma ha scelto di non sostenerci e ha preferito presenziare alla manifestazione del suo partito.

Il separatismo è ormai superato, e il risalto che viene dato a questa marca di femminismo aggressivo e approssimativo, contraddittorio nel suo chiedere parità quando cerca la ghettizzazione, è solo la spia della volontà di continuare a identificare il femminismo e le femministe nelle sue incarnazioni più antiche, come qualcosa che è successo una volta e non succede più, come i partigiani del ’45 che continuano a rappresentare la Resistenza. Fa comodo a tutti, soprattutto agli antifemministi, pensare che il femminismo sia solo quello là. Ma noi siamo vive, anzi, vivi: non pretendiamo di parlare a nome di tutte le femministe ma rifiutiamo di farci rappresentare da persone che sono da noi distanti anni luce. Siamo i femministi felici, andiamo in piazza ballando, qualcuno si bacia, qualcuno sventola una bandiera, qualcuno alza il pugno al cielo.

Il silenzio dei media è stato un errore. Ci sentirete ancora.

 

 

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