Non so che anno sia, non so quanti anni ho, so che ci siamo Anna e io e stiamo uscendo da scuola e lei mi racconta che è impazzita per Girls & Boys, mi cita “She had the cutest ass he’d ever seen”, e siccome Anna è il mio barometro della coolness penso che Prince, che mi piace ma non ho mai approfondito, sia la cosa più interessante del momento.

Stiamo scrivendo tutti di Prince, tutti con un ricordo personale, perché Prince è stato nelle vite di tutti. Prince, come Michael Jackson, come David Bowie, ti riguardava anche se non eri un fan. Anche se non eri un fan l’hai ascoltato almeno una volta, hai una canzone sua che ami, che è fra le tue canzoni della vita. Forse più di una, forse qualcuna non l’ha neanche cantata lui, perché Prince era bravo a scrivere grandi canzoni anche per gli altri, specialmente per e con le donne: Sinéad O’Connor, Madonna, Kate Bush, Sheila E e tutte le one-hit wonder che gli sono passate per le mani e che ha amato, prodotto o tutt’e due: Martika, Jill Jones, Carmen Electra, Vanity, Apollonia, quante me ne sono dimenticate? Certo, c’era sempre quel senso di cooptazione, quel far sentire la mano del padrone. Prince dà e Prince toglie, e quando Prince toglie tu cessi di esistere. Quasi nessuna sopravvive in assenza del suo tocco magico; tutte, in retrospettiva, sembrano le insalate del Carrefour, che sono le stesse dei grandi marchi e hanno lo stesso sapore e la stessa verdura dentro, ma un packaging diverso. Più che popstar erano emanazioni, operazioni di branding, Prince dappertutto.

(Non pensare a Kekko dei Modà.)

Era alto come due barattoli di Coca-Cola e compensava con tacchi assurdi che erano perfettamente in linea con la sua immagine: un uomo afroamericano che si spogliava dei rifugi della mascolinità e si esibiva in abiti attillati, lascivo e brutale e preciso. Era la manifestazione più brillante di quell’esplosione di sesso disordinato che sono stati gli anni ’80, corpi nudi dappertutto e spogliarelliste ilari sulle neonate reti Fininvest, i muscoli di Grace Jones e le tette di Tinì Cansino, Madonna con i crocifissi sopra la biancheria intima e 9 settimane e 1/2.

Se n’è andato come se ne vanno tutti, senza violini in sottofondo, in una morte che ci sembra ancora più triste nella sua piccolezza, perché Prince se ne doveva andare in un’esplosione di coriandoli glitterati, colombe in volo e assoli di chitarra, non crollando dentro un ascensore. Se ne doveva andare vecchio, e invece se n’è andato prima dei sessant’anni, quando aveva ancora un sacco di cose da dire e da fare. E il 2016 è la premessa per un romanzo distopico, l’anno in cui morirono tutti quelli bravi e rimanemmo noi, a guardare i talent show.