Crea sito

screenshot_1170Perché non hai parlato? Perché non hai detto niente? Perché non hai gridato, perché non hai denunciato, perché non ti sei ribellata, perché non l’hai preso a calci nelle palle? Quando una donna parla di molestie, stupro, situazioni in cui si è sentita forzata, la domanda contiene la risposta. Non ha parlato perché nessuno, in fondo, le avrebbe dato credito.
#quellavoltache è un progetto narrativo estemporaneo per raccontare le volte in cui siamo state molestate, aggredite, ma anche le volte in cui ci siamo sentite in pericolo e non sapevamo bene perché, e ci davamo delle cretine per esserci messe in quella situazione. Perché il patriarcato che non ti crede è lo stesso che cerca di colpevolizzarti per quello che ti infligge.
Avete qualcosa da raccontare? Usate #quellavoltache su Twitter, Facebook, Instagram, il vostro blog, Medium, dove vi pare. Dite a tutti come vi siete sentite, cosa avete pensato, perché non avete parlato, e se avete parlato, cosa è successo poi.
La mia storia, piccolina e banale, è questa.

Di molestie nella vita, grandi e piccole, ne ho subite una certa quantità, semplicemente perché esisto nel mondo e sono femmina. Quella che vi racconto non è una molestia. Ma è la storia che è affiorata come una bolla dal fondo fangoso della mia memoria quando sono comparsi i primi commenti di sufficienza sul caso di Asia Argento. “Le donne devono denunciare”, diceva gente che non è mai stata donna.
Ma che ne sai, tu, di come ci si sente quando non hai via d’uscita, e devi calcolare quale sarà la strategia meno dannosa per uscirne?

Da capo, quindi. Ho poco più di vent’anni e sono molto insicura di me stessa. Anni di bullismo hanno distrutto la mia autostima, mi sento indegna di qualsiasi attenzione e sono anche molto timida, impacciata, incapace di relazionarmi con i maschi. Sono a casa di amici, e c’è questo fotografo giovane, che non conosco, che sta cercando una modella per delle foto “particolari”, dice lui.
A quarant’anni e spicci so benissimo cosa sono le foto “particolari”; a venti sono talmente ingenua che non capisco che si tratta di fetish, dominazione, foto erotiche. Una delle amiche presenti dice: dovresti fotografare lei. È alta, magra, va benissimo, no?
“Non è proprio quello che stavo cercando” dice lui, lì per lì.
Ci sta. Non sono una che si mette in posa volentieri, e il motivo è che sono fatta tutta di angoli strani. Mio cugino Alberto si lamenta che non ci sono foto di noi sei tutti insieme dopo la sua nascita, e l’ho capito adesso: ero io che non mi facevo più fotografare, perché quando è nato avevo quattordici anni e mi sentivo l’ultimo cesso a pedali del pianeta.
Si continua a chiacchierare, e alla fine non so cosa succeda, ma lui cambia idea. E mi chiede se mi va di provare a farmi fotografare.

Dice: dai, andiamo a casa mia, devo farti provare un paio di scarpe per capire se ti vanno.
E io ci vado, perché no? Timida, ma curiosa, sempre: una cosa nuova, un’esperienza nuova, ero una ragazza che veniva dal paese, e comunque pensavo che gli servissero le mie gambe, e quelle le esibivo volentieri. Erano l’unica parte di me che mi piaceva.
Andiamo quindi a casa del fotografo. Io mi siedo su un divanetto e lui comincia a fare due chiacchiere. A un certo punto smetto di ascoltarlo e capisco le seguenti cose:
– siamo soli a casa sua
– mi sa che le foto non c’entrano più una mazza
– ci sono andata di mia spontanea volontà
– non mi va più di stare lì e voglio solo andare a casa.

Sono a disagio, non so come uscirne. È amico di amici: se mi alzo e vado via, passo per una matta. Se resto seduta, pensa che ci stia. Resto seduta, ma comincio a rispondere a monosillabi e ho la scioltezza di un menhir. Lui capisce, va a prendere la scarpa, e con evidente sollievo di entrambi scopriamo che è un 37 e io porto il 40.
Cenerentola al contrario, la scarpa non mi entra, sarà un’altra piedino di fata a conquistarsi il ruolo della dominatrix protagonista. Saluto, mi alzo, me ne vado.

Non era una molestia, l’ho detto. Sono un sacco di “se”, lui non era affatto quel tipo, non ha allungato neanche un dito. Forse ha un po’ esagerato portandomi a casa quando io non stavo nemmeno flirtando, ma eravamo giovani. Forse per questo – perché il ricordo più vivido che ho è il disagio, il sentirmi una deficiente per essermi messa in una situazione di cui non ho percepito il fine, l’aver ceduto a una lusinga – mi è più facile identificare il motivo per cui, se lui ci avesse provato nonostante la mia rigidità, non avrei avuto il coraggio di chiamarla molestia. Me l’ero cercata. Ero andata lì di mia spontanea volontà. Ci ero stata.

 

 

 

Tags: , , , ,