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sciarponeNon so com’è successo, ma un certo punto ero ai Distinti Sud e urlavo “C’aveeeete roooottercazzo! C’avete rottercaaaaazzo!” sulla melodia di Quel mazzolin di fiori.

Vivo a Roma da un po’ più di dieci anni, da quando nel febbraio 2005 sono arrivata sull’Eurostar con una valigia gigante un po’ scassata che conteneva una manciata di cambi e le cose che mi sarebbero servite nell’immediato. Il resto vengo a prenderlo con calma, mi sono detta, pensando alle montagne di libri e dischi e pentolame accumulato in anni di vita da sola a Trieste: è finita che ho abbandonato quasi tutto a casa dei miei, più o meno autorizzando mia madre a regalare il pentolame e riprendendomi solo i dischi (unico articolo davvero a rischio in una famiglia che tratta i libri come oggetti sacri e mi ha già chiesto tre volte l’autorizzazione a disfarsi dei miei testi scolastici).

In dieci anni ho pensato a volte di vivere altrove, ci ho anche provato, ho sempre fallito. Roma è diventata il mio ossigeno. Il mio quartiere sporco e trascurato è una culla, i mezzi pubblici inaffidabili un dato di fatto. La mia impazienza nordica è stata sostituita da una resilienza mista a rassegnazione, ma dieci anni dopo Roma riesce ancora a farmi venire i lucciconi. È una città piena di prime volte, talmente grande che puoi viverci tutta la vita senza mettere piede in almeno uno dei suoi tre quadranti (per me è il nord-ovest, dove credo di non essere stata mai) e continuare a perderti in eterno nei grovigli dei suoi sensi unici. Vivendo qui impari a distinguere la parlata dei ricchi di Roma Nord da quella dei meno abbienti degli altri Municipi, a schivare le buche con le ruote del motorino, a scegliere i ristoranti in base a come fanno la carbonara; e anche se ogni tanto sogno ancora di andarmene, so che non lo farò. Io vivo qui. Questa è casa mia.

Dieci anni fa ero la figlia di una famiglia di juventini; il mio rapporto con il calcio si fermava alla visione integrale di Holly e Benji, a svariate raccolte di figurine Panini fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80 (mio padre ha avuto due figlie femmine) e al tifo durante Mondiali ed Europei. La Juventus non mi appassionava, era come il Big Babol degli Offlaga Disco Pax, una squadra da maggioranza silenziosa. L’Udinese, la squadra più vicina, era comunque la squadra di Udine (e chi sa due cose in croce dei friulani avrà presente la distanza siderale fra Udine e il resto del mondo, in particolare la provincia di Pordenone). Fino al mio arrivo a Roma non avevo mai vissuto in una città in cui il calcio fosse così profondamente radicato nella cultura pop da essere parte della sua essenza.

E poi, cos’è successo?

Non lo so. Forse era il cartolaio che mi salutava con un abituale “Forza Roma”, insospettito dalla mia dizione nordestina. Forse le urla di giubilo che venivano dalle finestre del quartiere a ogni goal. O forse quel Roma-Sampdoria vista seduta per terra nel giardino del Circolo degli Artisti con un sampdoriano e vari laziali. Non lo so. È successo qualcosa. E quel qualcosa l’ho covato con molto pudore per moltissimo tempo, fino a una sera fuori da casa di mia sorella in cui la radio passava Grazie Roma e io mi sono messa a cantare e ho confessato: ero diventata romanista a mia insaputa. Roma era riuscita a prendermi l’ultimo quarto di coscienza e ci aveva piantato un bandierone giallorosso.

Da lì è stato tutto in discesa. Guardare le partite, ascoltare il pre-partita di Sky, cercare di indovinare se mettere quel giocatore in quella posizione lì funzionerà o no (finora: no), sopportare le battute degli amici juventini. Fino al giorno in cui Emiliano dice “Vorrei andare a vedere Roma-Sampdoria all’Olimpico” e io “Voglio venire con te”.
L’avevo già ventilato alle amiche romaniste, ma era più una possibilità, un desiderio fuggente, un po’ imbarazzato. E invece ieri eccomi a comprare lo sciarpone dal venditore fuori dallo stadio dopo aver parcheggiato in posizione precaria con le ruote di sinistra quindici centimetri più alte di quelle di destra, eccomi col panino alla porchetta e la bottiglia d’acqua che poi mi hanno sequestrato all’ingresso, eccomi a cercare il cancello giusto dei distinti che essendo Roma è segnalato in maniera illogica (per i Distinti Sud si entra da Sud Est, ma non da Sud Ovest). Eccomi a cercare di capire come arrivare ai nostri posti, eccomi con la sciarpa tenuta in aria durante l’inno, eccomi a cantare fortissimo ROMA ROMA ROMA, eccomi a sbraitare “IN PORTA LA DEVI DA TIRA’, IN PORTAAAAA!” e infine eccomi che protesto contro il gioco approssimativo e individualista (o come avrebbero detto i nostri vicini di posto: “Demmerda”) di Gervinho e della squadra tutta. Lo stadio era il pezzo che mancava, l’esperienza totale di condivisione, di partecipazione, anche di frustrazione perché un goal così non te lo dovevi mangiare, la porta è un po’ più in basso e non può essere che Florenzi debba fare tutto da solo, Garcia, che te dice la capoccia?

La Roma ha perso due a zero, ed è stato bellissimo.

 

#dajetutta

Una foto pubblicata da @lagiuliab in data: