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Carola Rackete e le cose che insegniamo alle ragazze

Che cosa insegniamo alle ragazze? A essere educate, prima di tutto. A stare composte, a giocare secondo le regole. A farsi belle, ché la cura di sé è importante. Curare la pelle, i capelli, il trucco, gli abiti. Tutto deve essere di buon gusto, secondo le dettagliate istruzioni fornite sui giornali femminili.
Alle ragazze insegniamo che avere paura è giusto. Che la paura è la nostra unica protezione. Se impariamo ad ascoltarla, ci evitiamo un sacco di guai. Una ragazza dovrebbe avere paura di uscire da sola dopo il buio, di vestirsi in maniera che potrebbe essere considerata provocante, di parlare con gli sconosciuti, di bere un bicchiere o due in più: questo viene detto alle bambine, alle giovani donne, alle donne adulte. Così minimizziamo la possibilità che un uomo possa approfittare della nostra condizione di femmine in pubblico.
Alle ragazze insegniamo a essere umili, gregarie, modeste. A rispettare l’autorità e tenere in considerazione l’opinione degli uomini anziani. Ad averne timore, perché gli uomini anziani hanno potere sulle ragazze, possono farne e disfarne le sorti: ci vuole poco. La reputazione delle ragazze è fragile, la loro considerazione come esseri umani scarsissima. Le ragazze non contano niente.

Carola Rackete è una ragazza solo in una definizione molto ampia del termine. A trent’anni si è già donne, non ragazze. Il termine è riduttivo. Ma una donna di trent’anni al timone della nave di una ONG che si occupa di salvare vite è uno spettacolo strano, inedito: la nostra idea del capitano di una nave è legata ai vecchi lupi di mare, è Capitan Findus con la barba. Sono maschi con la faccia stracotta dal sole, non donne giovani dallo sguardo fermo.

La sfida di Carola Rackete non è solo al governo italiano che le voleva impedire a ogni costo di portare in salvo le persone a bordo della SeaWatch 3. È a un’intera percezione della femminilità giovane come insieme di qualità passive. Perché questa ragazza bianca che ha potuto studiare non è rimasta in Germania a fare del generico “bene” a qualcun altro? Come osa una ragazza bianca uscire da casa sua e usare il suo privilegio per aiutare gli altri? Come osa alzare la voce e forzare un blocco nell’interesse delle persone che ha soccorso, sapendo di rischiare moltissimo dal punto di vista legale?

È anche questo coraggio, questa lucida consapevolezza, a rimanerci sul gozzo. La persona che Rackete va a sfidare è un uomo più anziano di lei che per tutta la vita ha cercato il modo di non lavorare, facendosi cacciare dalle redazioni, non presentandosi alle riunioni del Parlamento in cui era eletto, girando il paese a fare selfie nelle piazze. Un uomo che quando è stato messo di fronte alla possibilità di subire conseguenze per le sue azioni ha pianto davanti al Senato, implorandolo di salvarlo da un processo in cui non si sentiva affatto sicuro di vincere. Che onta, che vergogna essere messo davanti alla sua pochezza da una donna che sfida le sue disposizioni in nome di un bene superiore e nel rispetto delle leggi del mare.

Gli sbarchi in Italia non si sono mai davvero fermati, ma quelli fantasma, che proseguono senza sosta, non fanno notizia e sono fastidiosi per il governo manovrato da Salvini, che sul “blocco degli sbarchi” ha fondato tutta la sua ragion d’essere. È solo contro le ONG che si scatena la potenza della propaganda leghista, ed è solo sulle ONG che l’Europa tace, colpevole di non aver applicato la riforma del Trattato di Dublino, che eliminerebbe l’obbligo di richiesta d’asilo nel paese d’approdo e favorirebbe il ricollocamento automatico di chi arriva. Una riforma a cui Lega e Movimento 5 Stelle hanno fatto ostruzionismo, i primi non presentandosi mai alle riunioni in cui veniva discussa e astenendosi alla votazione, i secondi votando contro. Il razzismo che divampa nel nostro continente pasciuto e privilegiato, che ci fornisce passaporti validi in tutto il mondo e una libertà di movimento pressoché totale, rende i governi pavidi davanti alla sofferenza delle persone. A questa pavidità e a questo razzismo si oppongono ogni giorno, a costo della salute e della serenità, le persone che operano per salvare vite umane.

Carola Rackete è stata definita una “sbruffoncella” per aver forzato il blocco navale, perché è importante ricordare alle ragazze che cosa sta bene e cosa no, di cosa bisogna avere paura e cosa invece è consentito. Stare a casa, stare in silenzio, a testa china, dire di sì, non contraddire mai gli uomini anziani. Per chi non si attiene, ci sono conseguenze. Che vergogna scoprirsi meno coraggiosi, meno pronti di una ragazza ad affrontare la vita.