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Di cosa parliamo dopo il 25 novembre

#closed4women

La Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne cade il 25 novembre di ogni anno, e quindi ogni anno, per un po’, si parla di quello. Si commemora, si compatisce, si gettano alti lai, i politici fanno delle dichiarazioni, qualcuno annuncia convegni sul tema. Non una di meno sfila per le strade di tutta Italia nel silenzio pressoché totale dei media nazionali, per i quali centinaia di migliaia di donne per strada non sono una notizia (ma ogni rutto di Salvini è apertura di TG). Dura qualche settimana, e non si può nemmeno dire che tutto torni come prima, perché di fatto niente è mai cambiato e nessuno ha fatto quello che va fatto per affrontare il problema.

Perché uno: affrontare il problema della violenza maschile sulle donne ha un costo. Bisogna metterci dei soldi e contemporaneamente affrontare la resistenza delle famiglie a mettere in discussione i ruoli di genere. La Lega, che usa la misoginia come esca per aizzare la sua base, ha fatto passare una legge pressoché inutile, che non stanzia fondi per potenziare i centri antiviolenza né promuove l’educazione al rispetto fino dalle scuole. Della violenza contro le donne si continua a parlare come di un fenomeno episodico, e non come il picco di un odio che le donne sperimentano ogni giorno e che, se non abbastanza consapevoli, riverberano sulle altre.
Il mondo ci detesta, noi detestiamo noi stesse e le altre. E al femminismo che indica la via d’uscita da questo odio rispondiamo con altrettanto odio. Siamo canarini, ci hanno insegnato ad amare la nostra gabbia.

Due: non ci sono i soldi, ma non c’è nemmeno la volontà. I centri antiviolenza sono sistematicamente definanziati, nonostante siano l’unico approdo possibile per chi si sottrae a un rapporto basato sull’abuso. Cito dalla campagna #closed4women che ho seguito insieme ad ActionAid Italia: “Sono oltre 43.000 le donne che ogni anno chiedono aiuto a un centro antiviolenza. I fondi previsti dal governo, anche se in crescita nel corso degli ultimi anni, non sono sufficienti ma soprattutto arrivano a singhiozzo: a inizio ottobre solo il 34% dei 12,4 milioni stanziati nel 2017 è stato erogato, lo 0,4% per il 2018 e ancora nessuna risorsa è stata assegnata per il 2019.”

NESSUNA. RISORSA.

È più facile piangerci da morte, affidarsi alla buona volontà – di chi? Se ogni volta che si prova a parlare di violenza contro le donne arriva un povero di spirito a dire che bisognerebbe essere “contro tutta la violenza” e che “anche le donne sono violentissime”? – oppure dire alle donne, genericamente, che “devono denunciare”. E le donne denunciano. A volte. Ma siccome non ci sono abbastanza strutture protette, è facile che l’ex compagno le aspetti sotto casa e le ammazzi proprio perché hanno denunciato. Per non parlare di quelle che lasciano il compagno per motivi che non sono la violenza e finiscono comunque morte. La violenza è un fatto culturale, non è una patologia: una donna non ha veramente il diritto di dire no. Non affrontando la cultura, lasciamo tutto come sta.

Sono mesi che parliamo dello sgombero di Lucha y Siesta, un centro antiviolenza ricavato da un palazzo abbandonato in via Lucio Sestio, sulla Tuscolana. Il palazzo appartiene ad ATAC, che vuole rivenderlo (ora che è stato bonificato, aggiungiamo, e dopo che per oltre dieci anni ha offerto servizi alla cittadinanza e al quartiere non solo come casa-rifugio, ma anche come centro culturale). Il Comune, guidato da una donna, non vuole mettere i soldi che servirebbero per lasciare Lucha alle sue occupanti e alle donne che ne hanno bisogno. Sono quattordici posti letto, più di qualunque altro centro analogo in città. Ma chi se ne frega? Delle donne non frega niente a nessuno. Neanche alle altre donne, appunto.

Da questa settimana in poi parleremo d’altro. Parleremo di Natale, regali, cosa fate a Capodanno, qualcuna morirà anche sotto le feste ma ci faremo meno caso perché il 25 novembre è passato e se ne riparla fra un anno, perché l’8 marzo c’è da regalare mimose, stigmatizzare quelle che escono una volta l’anno da sole per andare a vedere i Centocelle Nightmare, minimizzare la disparità salariale, celebrare i fantastici grandi progressi fatti, e parlare di morte fa brutto.

Per capire quanto poco siamo considerate forse basta il tweet del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri a valle di una battaglia – fallita, ora si può dire – per la detassazione dei prodotti igienici femminili. IVA ridotta al 5% solo per i prodotti compostabili, molto costosi e utilizzati da una parte irrisoria della popolazione. Gualtieri chiama questa presa in giro “Primi segnali d’attenzione”.

È quasi il 2020 e stiamo ancora qua a pietire “primi segnali”, come se le donne e i loro cicli mestruali esistessero da cinque minuti. Ma forse per certi uomini è così: non siamo mai esistite, a meno che non entrassimo nella loro orbita con qualche funzione, madri mogli sorelle amanti figlie compagne. Metà del mondo, percepita solo come problema, invisibile agli occhi. Metà del mondo, “il genere”, mentre loro sono le persone.