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Dispacci dal fronte

Sì, lo so, la metafora bellica non è il massimo, ma è sabato mattina e volevo scrivere questo pezzo, che è fatto di tre micropezzi insieme, e qual era il filo conduttore? Se avete detto “il femminismo!” non avete vinto niente. Andiamo avanti!

La vignetta di Natangelo e il femminismo dei cazzi tuoi

Apro Twitter stamattina e ci trovo questo.

La vignetta fa schifo, lo dico subito così ci leviamo il pensiero. Lo sanno tutti e lo sa probabilmente anche l’autore, che essendo a corto di idee si rifugia in un grande classico: la vigna sessista per scatenare l’indignazione. Obiettivo centrato, eccovela qua, ora l’avete vista anche voi, bravo Natangelo: minimo sforzo, massimo risultato.
Però.
Laura Ravetto sta facendo notizia per aver lasciato Forza Italia (il partito di Silvio Berlusconi, uno che ha fatto tanti e tali danni alla vita delle donne italiane che stiamo ancora raccogliendo i cocci) per entrare nella Lega, ovvero il partito di Matteo Salvini. Salvini, uno per cui il femminismo è oggetto di scherno al punto di essere arrivato a vantarsi di fare il lavoro femminista meglio delle femministe stesse. Salvini, uno che utilizza le donne come esca per scatenare la rabbia dei suoi cani. Salvini, il capo di un partito antifemminista, allineato con altri partiti e formazioni e leader antifemministi.

Io sono d’accordissimo, ripeto, con il fatto che la vignetta sia indecente e maschilista (non serviva dirlo, anche perché la reazione indignata era esattamente quello che voleva l’autore). Sono molto meno d’accordo con questa percezione dei femminismi come qualcosa che si può ignorare per la maggior parte del tempo, tranne quando serve che le attiviste saltino a comando come foche ammaestrate per difendere questa o quella donna nello specifico: chiamiamolo, se volete “femminismo dei cazzi tuoi”. Anche se Osservatorio Ventotene non dice apertamente “femministe”, il ritornello ci è familiare: lo abbiamo sentito da Daniela Santanchè, Giorgia Meloni, Virginia Raggi e tutte quelle donne che si dichiarano distanti dal femminismo o cercano di appropriarsene senza averne titolo solo per il fatto di essere donne che gridano cose orribili in pubblico. L’ingresso di Ravetto nella Lega va a rafforzare la percezione che quel partito sia aperto alle donne, quando a guardare bene non è affatto così: la Lega ha un’idea totalmente utilitaristica delle donne, che servono, fanno vetrina, ma per guadagnarsi un posto in primo piano devono impegnarsi moltissimo a fare la guerra alle altre donne, alle minoranze, a tutti i nemici immaginari che servono a mantenere il consenso.

Non so se Ravetto se la sia presa per la vignetta o abbia scrollato le spalle perché, come tante, pensa che quel maschilismo sia un problema individuale e non sistemico, e che se lei si “comporta bene” il suo partito la premierà. Quello che so è che il discorso femminista non può essere condotto sempre e solo sui casi individuali, inseguendo gli scoiattoli dell’indignazione del giorno. O lo si accetta come parte della conversazione generale, e non solo per le vignette, oppure facciamo che ci lasciate in pace a fare quello che facciamo come riteniamo giusto.

Chiara Ferragni vi spiega il patriarcato

Vorreste che fosse un titoletto ironico, eh? E invece no. Ieri Chiara Ferragni ha pubblicato un video su IGTV in cui – munita di appunti – ha spiegato ai suoi svariati milioni di follower alcuni concetti di base dei femminismi come “slut-shaming” e “revenge porn”. Ha spiegato perché queste cose sono dannose, ha citato (senza spiegarla, ma ci sarà tempo) la disponibilità delle donne a collaborare al linciaggio delle vittime, e nei primi trenta secondi ha detto “società patriarcale”. Così, de botto.
Il video, mentre scrivo, ha più di 3.300.000 visualizzazioni, è realizzato in maniera semplice e corretta, e quello degli appunti non è un dettaglio: quegli appunti dicono a chi lo guarda che la materia che sta trattando non è roba che si improvvisa, è roba che si studia. È accessibile a chiunque, ma non è “opinione”.
Sono concetti di base, eh, e in un video di dieci minuti era impossibile approfondirli oltre, ma niente in quel video è detto male o scorretto o sbilanciato. È tutto cristallino. E ha raggiunto un pubblico in larga parte digiuno di teoria femminista.
Quel video per me è un punto di svolta, e speriamo davvero che ne seguano altri. Brava Chiara. Ottimo lavoro.

Il ritorno di Una Donna a Caso

A proposito di comunicazione dei femminismi, possiamo essere brave quanto ci pare, ma poi Repubblica fa un lancio così:

Siccome conosco le promotrici di Dateci Voce, e anche se non sono d’accordo con la forma della protesta sono sicuramente d’accordo con la sostanza, sono andata a cercarmi l’appello sul sito. E in effetti lo dicono:

Crediamo sia fondamentale che nella fase attuale e segnatamente nella gestione della partita dei vaccini, sia presente – accanto al Commissario designato dal Governo – una figura femminile.

Esistono competenze femminili riconosciute e accreditate in campo sanitario e manageriale, che spesso sanno valorizzare la propria esperienza tecnica e scientifica con l’indispensabile empatia, cura e grazia nella comunicazione. Facciamo valere queste competenze, non lasciamole sempre un passo indietro.

No, non penso che debba essere Dateci Voce a fare il lavoro sporco di trovare gente in grado di tamponare le eventuali carenze di Arcuri nella gestione del piano vaccinale. Ma questa idea delle donne come badanti degli uomini mi sta facendo andare fuori di testa, come mi fa impazzire il fatto che non ci sia mai un nome, mai un nome di donna, mai, sempre e solo maschi maschi maschi di acclarata incapacità comunicativa e gestionale, e noi dietro col secchio in mano (e la “grazia”, ricordiamocelo: anche se qua mi pare un modo gentile per dire che Arcuri è un disastro anche e soprattutto su quel fronte). Una Donna a Caso, non importa chi, non ha mai un nome, è sempre una figura, una rappresentante del grande blocco unico che ci racchiude tutte, Ravetto Ferragni e le mie amiche e io, tutte uguali, tutte accomunate dal genere. E questo non è colpa di Dateci Voce, ma è una responsabilità di tutti: abbiamo dei nomi, dei cognomi, pensiamo cose diverse, sappiamo fare cose diverse in modi diversi. E non sempre con grazia.