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Il Concertone e una generazione di arresi

Non volevo scrivere niente sul Concertone del Primo Maggio, un po’ perché poi finisce che lo faccio sempre (e ripetersi non è bello), un po’ perché è come sparare sulla Croce Rossa. Stavo per sorvolare anche sulle uscite infelici di Piero Pelù, molto bravo a cavalcare l’antipolitica e molto meno a inventarsi qualcosa di meno abusato dell’antipolitica: ma lo sappiamo, i rocker erano rivoluzionari negli anni ’70, adesso si limitano a mimare i gesti della ribellione ma non scherziamo, c’hanno un mutuo da pagare e figli a carico.

Poi ho visto questo.

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Questo tweet (ora rimosso: ottimo lavoro, social media manager della CISL) ha fatto piovere sulla CISL una valanga di meritatissimo guano, e sorvoliamo sul tentativo di far passare un refuso (“saga” invece che “sagra”) come un gioco di parole carico di significato. E nell’incapacità di gestire questa scemenza come andrebbe gestita – scusandosi, e via: ché siamo adulti, una cazzata capita – si legge in filigrana un’immensa inettitudine. Fare a chi ce l’ha più lungo con i lavoratori di un’altra festa indetta in occasione della Festa del Lavoro: bravi. No, davvero: bravissimi.

Ed è qui che mi è andato il sangue alla testa, perché ieri il Concertone, seppure a sprazzi, l’ho visto. Ne ho visto un pezzo da casa, un pezzettino da Piazza San Giovanni, e un altro pezzettino da casa. E non è di musica che voglio parlare, ma di quello che succede fra un’esibizione e l’altra. Di quello che viene detto, fatto, proclamato dal palco. Che è la stessa retorica di sempre, la stessa roba che viene ripetuta ogni anno: vogliamo il lavoro, la politica deve ridare dignità al lavoro, la politica deve fare, la politica deve risolvere.

La parte meno razionale di me risolve tutto con un sonoro “Mannatevenaffanculo”. La parte razionale di me – quella che è abituata ad analizzare il fastidio e a localizzarne la fonte – ha ragioni e parole da associare a quella conclusione, che poi rimane all’incirca la stessa, ma almeno è motivata. La CISL, come le altre due teste del trittico sindacale CGIL e UIL, ha responsabilità enormi nell’attuale situazione del mercato del lavoro italiano; e sono responsabilità non solo organizzative, ma anche simboliche, di cultura e di creazione di quella cultura. Possibile che l’unica volta l’anno in cui il palinsesto di Rai 3 è occupato quasi per intero da una manifestazione dedicata al lavoro nessuno spenda mai una parola su cosa dovrebbero fare i lavoratori stessi, o aspiranti tali, per migliorare le loro condizioni? Possibile che i discorsi pronunciati sul palco del Concertone vertano sempre e soltanto sul tema “La politica non ascolta” o “I politici devono fare”?

Quarant’anni e passa di retorica del posto fisso hanno avuto come risultato una generazione di arresi. Se vieni allevato con l’idea che qualcuno ti debba “dare lavoro”, che il lavoro sia un diritto che deve essere garantito a vita dalla “politica” e dalle imprese, non ti resta molto spazio per l’immaginazione e per inventarti non dico un modo per campare, ma addirittura – cielo! – un modo per fare a tua volta impresa, per creare lavoro e per dare lavoro a chi non ce l’ha. Su questo è giusto, anzi, doveroso chiedere un supporto alla politica: se una volta eravamo un paese di operai e contadini, ora siamo un paese di aspiranti operatori del terziario avanzato, settore che avrebbe necessità di interventi massicci per svilupparsi, e che invece viene tenuto al palo da un’arretratezza tecnologica e culturale che non è interamente figlia dell’inefficacia della politica. Il problema, ovviamente, è anche che la narrazione del lavoro è attualmente affidata per intero ai sindacati che difendono un settore specifico dell’economia italiana, ovvero il manufatturiero e le fabbriche. Ma non c’è più solo quello, anzi, al contrario: mentre i sindacati si aggrappano a un’idea di lavoro ormai limitata quando non proprio obsoleta, il famoso terziario avanzato langue, senza rappresentanza, senza narrazione e in apparenza senza necessità specifiche. Vent’anni di non riforme e di non intervento in cui i ricchi si sono ulteriormente arricchiti e i poveri sono sprofondati nella miseria non aiutano: ma non aiuta neanche questo costante antagonismo che di cooperazione non vuole nemmeno sentir parlare. Si fa prima a dare la colpa al “padrone” che a cercare modi per affrancarsi che siano riproducibili e sostenibili anche per altri. In altre parole, perché gli americani hanno inventato Facebook, Twitter, Google e noi no? Siamo più scemi, o semplicemente non riusciamo a immaginarci più nulla oltre l’esistente?

Il discorso-tipo del Concertone è sempre un misto di disprezzo, attacco indiscriminato e scaricamento di barile: il contrario di quello che in inglese si chiama empowerment e in italiano, per dire, non ha un equivalente. Empowerment vuol dire “conferimento di potere”, che non è una cosa brutta e non è l’inizio del totalitarismo popolare, come invece vorrebbero gli invasati grillini: è prendere in mano la propria situazione, automotivarsi, cercare soluzioni. Cercarle non nel mondo dorato delle fate in cui tutti si svegliano una mattina e hanno un lavoro, e solo noi in Italia no; cercarle anche nel mezzo di una crisi economica mondiale basata su una crisi generale del modello occidentale e dell’economia basata sui combustibili fossili. Cercarle perché c’è una crisi, e non a dispetto della crisi: e in questo, appunto, è sacrosanto chiedere il sostegno della politica. Invece stiamo ancora a parlare di posto fisso, come se l’Italia fosse ancora quella del dopoguerra e degli operai pugliesi che emigrano a Torino per lavorare alla Fiat. Come se il nostro modello su scala nazionale potesse ancora ragionevolmente essere quello del paese proletario e onesto con la terza elementare e le braccia dedicate all’agricoltura, piuttosto che un paese avanzato in cui ci si divide fra laureati e gente che ha a malapena assolto l’obbligo scolastico ma non è specializzata in niente, né nel tornio né nella zappa.

Non sono un’economista. Mi occupo a tempo pieno di parole, il mio lavoro è quello, e sono convinta che la cultura si costruisca usando le parole in maniera saggia per raccontare le azioni, ma anche per raccontare un’idea di futuro, un’idea di vita migliore che non cala dal cielo, ma che va inventata. E invece ogni anno abbiamo i gruppi terzomondisti del pomeriggio, le solite frasi qualunquiste sulla politica, la bandiera dei quattro mori, le bocce di vino nello zaino, i fuorisede del sud che saltano, altra retorica sulla classe lavoratrice che soffre, ogni anno sempre più anatemi contro la disoccupazione, e nessuno che dica a questi lavoratori o futuri lavoratori che il mondo se lo devono creare un po’ anche loro, che non è possibile essere tutti assunti a tempo indeterminato dall’azienda dei propri sogni e tante volte neanche dalla seconda scelta, che qualcuno dovrà pure rischiare ed è su quel rischio che si costruisce il progresso. Che è giusto difendere il diritto a una vita onesta, a uno stipendio proporzionato al lavoro e al valore aggiunto del singolo lavoratore, a orari da cristiani e non da bestie da soma, a non essere ricattati, a un bilanciamento decente fra vita e lavoro. Ma è giusto anche cominciare a ripensarci come esseri umani adulti: lo Stato non è la tua mamma e tu non sei un uccellino neonato con il becco aperto, in attesa. È degradante ed è deprimente pensare che un’intera generazione debba mettersi in modalità “attesa”. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva, un momento di entusiasmo. Mettere da parte la rabbia, pensare in maniera costruttiva, provarci e riprovarci. Il mondo non lo cambieranno i vecchi, lo devono cambiare i giovani, lo dovete cambiare voi, fuorisede con lo zaino che saltate ubriachi ascoltando i gruppi terzomondisti. Lo dobbiamo cambiare noi, ogni giorno, facendoci un mazzo tanto, cambiando il pensiero che guida le nostre azioni.

52 Risposte a “Il Concertone e una generazione di arresi”

  1. Bellissimo il tuo post! Lo condivido in pieno e vorrei aggiungere solo una cosa. Una responsabilità ulteriore che hanno i sindacati: Il danno da loro creato è stato doppio perché se da un lato hai ragione tu quando dici che le ultime generazione “attendono” dall’altro le tutele imposte, il welfare esasperato e le connivenze con la politica hanno causato la distruzione dell’habitat necessario alle imprese per sopravvivere. Quindi se alcuni ( quelli di San Giovanni e Taranto) sono inchiodati alla loro attesa altri sono impantanati in sabbie mobili che si chiamano “burocrazia” “tasse” e “controllo”. Io non vedo altra via d’uscita. Io che ammiro Zuckemberg ho la valigia pronta e le ore contate. La vita è una sola.

    1. Ed è lì che è giusto chiedere supporto: la crescita non si fa con le recriminazioni sul posto fisso, si fa rendendo più semplice la vita a chi vuole creare cose nuove. Sul welfare però non sono d’accordo: esiste solo per chi ha il famoso “posto fisso”, gli altri si attaccano. E quindi c’è una discriminazione anche in questo, e si creano classi di lavoratori ipertutelati contro classi che non hanno nulla.
      Anche su questo si può intervenire, ma nel frattempo è giusto fare un’autocritica di massa.

      1. Infatti mi riferivo al welfare che esiste e che per garantire i pochi tutelati contribuisce a rendere inospitale l’habitat per chi vuole intraprendere. Siamo d’accordo su tutto. Speriamo che incontrarci e unire le forze possa servire.

  2. Molto bello e condivisibile, anche io ho le stesse sensazioni di fastidio di fronte a questa retorica questuante, vittimistica e autoassolutoria che danneggia in primo luogo chi la adotta.
    E poi la perla: “fuorisede con lo zaino che saltate ubriachi ascoltando i gruppi terzomondisti” l’ho fatta mia e la userò per sempre 🙂

  3. Tutto ok. Purtroppo un secolo di mafia e modus operandi sociale relativo non si cancellano con un “si può fare!” melbrooksiano. Permettimi di dire che la tua lettura, pur avendo dei buoni spunti, mi sembra un po’ ingenua e semplicistica, soprattutto per quel che riguarda un minimo di garanzie esistenziali che ogni Stato dovrebbe alla propria Nazione. Sul fatto che Pierò Pelù & co. non potranno mai essere i portavoce di nessuno mi trovi d’accordo e, va da sé, che i sindacati ormai veicolano i propri messaggi come qualsiasi venditore di pentole bucate.

    1. Stiamo parlando di retorica, bada, ovvero della costruzione di un immaginario. Il lavoro, ovviamente, va fatto da entrambe le parti (come credo sia chiaro dal mio post). Ma nemmeno stare in piedi ad aspettare il lavoro che cala dall’alto è un atteggiamento costruttivo. È difficile, è frustrante, è faticoso ma le cose non cambiano se aspetti che le cambino solo gli altri. Ognuno deve fare quello che può, come può, ogni giorno.

  4. Cara Giulia, hai ragione. Appieno.
    Io per prima, 37 anni, laurea, Master, quattro lingue e mezzo, un figlio, separata, rabbia e voglia di ripensare il presente italiano ne ho e ne avrò sempre. La mia volontà è stata selvaggiamente ottimista mentre facevo due, tre lavori, mi muovevo in bici, spiegavo a che mi aveva dato lavoro che sì, ero entrata con curriculum e non per conoscenze e dopo tre anni lo stesso, dicendomi oh come la stimano tutti qui mi ha detto no, non glielo faccio un contratto, lei non ha voluto fare la segretaria quando ha scelto di fare l’insegnante davanti alla mia bella proposta di un altro contratto a progetto di sei mesi..ecc.
    Io ho un vizio: lotto, parlo e mi ribello.
    Ad oggi, nessun contratto, se non di sei mesi.

    Una storia, tra mille milioni. Ma adesso basta. Dal popolo che si lamenta a vanvera senza agire, fuggo a gambe levate e dopo due, faccio tre: espatrii, ma questa volta non tornerò per vedere affondare ancor di più le persone nei loro cupi lamenti di inettitudine. Basta. Perchè Leopardi descriveva un’Italia che è ancora così oggi. Quindi dubito che azioni, irruzioni, eruzioni facciano poco più che il solletico a questa panzona grassa e cieca. Peccato, nè. Perchè a rimetterci siamo in tanti. Ma fare, agire dimmi tu come si fa se la tv e la scuola sono come sono. È da lì che si costruisce l’immaginario, e non trovo immagini promettenti.

    1. E se espatriare fosse la soluzione? Non per l’individuo ma per l’Italia tutta? Se tutti quelli capaci di intraprendere e di sognare se ne andassero all’estero e se in italia restassero solo quelle masse di ubriachi e fumati che a mano tesa il 1 Maggio reclamano il posto fisso non credete che la politica, fosse solo che per il senso di sopravvivenza, non si adeguerebbe finalmente?

      1. È la logica di chi arriva qui con il barcone (e viene preso a pesci in faccia). È sempre una possibilità, certo, se altrove c’è posto; ma pensarci come collettività è un’altra cosa di cui non siamo capaci, e forse una cosa che dobbiamo imparare. Un paese che va a picco non è una bella cosa, né per chi resta né per chi non se n’è potuto andare, e siccome ormai siamo tutti connessi credo che sia giusto restare e provarci.
        Anche andarsene è una forma di resa.

        1. Finalmente non siamo d’accordo. Perlomeno non lo siamo quando ad andarsene non è un neolaureato con la pretesa che i suoi studi debbano fruttargli un posto fisso ma un imprenditore che per metà della vita ha lavorato in Italia e che dallo stato ha avuto solo problemi. A questo punto credo che espatriare sia autodifesa e che prodigarsi per aiutare gli altri a seguirlo sia una rivoluzione. Si perché quando l’incendio divampa l’unico modo per spegnerlo e togliergli l’ossigeno. Se ce ne andremo tutti (noi che non ci arrendiamo e che sappiamo intraprendere e creare la ricchezza) allo stato non resterà che una via: Ricostituire l’habitat che rende possibile la vita alle imprese. Se nel frattempo poi “gli arresi” saranno tutti alla fame chi se ne importa! Nessuno si è preoccupato quando ho chiuso la mai azienda e sono rimasto senza reddito, senza tutele, senza ammortizzatori e con tanta fame! Dallo stato mi arrivavano (e mi arrivano) solo le cartelle di Equitalia! Quindi se me ne vado e se mi prodigo per aiutare chi mi vuole seguire non lo faccio per arrendermi ma come dichiarazione di guerra ad uno stato che per primo mi ha attaccato. La speranza è che domani, dopo aver conquistato altri mercati più accoglienti, l’Italia torni ad essere un posto in cui le imprese possono crescere sane e generare profitti.

          1. Tu fai bene a trovare soluzioni per te stesso, e ci mancherebbe: ma la narrativa collettiva non si può costruire sulle situazioni individuali, ed è di narrativa che parlo. Di come raccontiamo noi stessi, di come ci facciamo raccontare, di come viene rappresentato il lavoro in Italia: le situazioni sono molteplici, ma è dalla narrazione – dal racconto, dalla rappresentazione, dall’esistenza nell’immaginario – che derivano poi le soluzioni. Finché il lavoro non dipendente resta sconosciuto o addirittura penalizzato, non faremo alcun progresso. Ma io parlo sempre e solo di raccontare, ché i provvedimenti non toccano a me, i provvedimenti toccano davvero a chi governa. A me, nel senso di “persona che vive di parole” spetta la critica della narrazione collettiva. Ognuno fa il suo lavoro.

  5. Bell’articolo, condivido pienamente! Hai dato forma a dei pensieri che mi frullavano in mente da un bel pò.
    Secondo la mia opinione, anche la scuola ha la sua parte in causa perchè favorisce ancora il modello dello studente “passivo” e lascia poco spazio all’attività di sperimentazione individuale. Alla fine questo “imprinting” che ricevi in tenera età rischia di condizionarti nel lungo periodo. Ho lasciato i banchi di scuola da un bel pò, forse le cose sono cambiate ma da quel che vedo e sento in giro mi pare non molto…spero di essere contraddetta!

  6. Dopo la retorica sulle responsabilità della politica siamo alla retorica sul ‘lavoro da inventare’ (vedi Di Vico, Luna e dintorni). E comunque l’emigrazione Puglia-Torino resiste: non sono più operai ma addetti al terziario avanzato, bene così, al passo coi tempi (fare un giro nei carri bestiame di Trenitalia a ridosso di Natale-Pasqua per farsi un’idea).

    1. Questo non mi pare incida minimamente sul fatto che il settore secondario (industria e manufatturiero) è in calo e non rappresenta attualmente la parte più forte dell’economia italiana; e tuttavia la narrazione sul lavoro è sempre e comunque affidata ai sindacati che difendono i lavoratori dell’industria, o in generale i dipendenti, e non un settore in costante crescita (volete o nolente) come il terziario. Cosa che è sottoprodotto naturale del fatto che c’è più gente che studia (anche se poi le statistiche sull’alfabetizzazione degli italiani sono agghiaccianti, e lo sappiamo).
      L’unica cosa che mi sento di dire è che con l’aggressività non si costruisce nessun confronto. Questo vale per il Concertone e vale anche per i commenti sprezzanti sui blog.
      Sulla questione “Startup di qua startup di là” avrei altro da dire, ma esula dal discorso, appunto. Per il resto, non mi pare auspicare un atteggiamento più positivo sia una cosa di per sé brutta. La proattività non ha mai ucciso nessuno (in compenso, stare incazzati sul divano sicuramente fa male).

      1. parlare di generazione di arresi e poi sostenere che con l’aggressività non si costruisce confronto non mi pare proprio il massimo della coerenza, ma può succedere se si sta comodi sul divano e non si ha alcun motivo vero per incazzarsi. se poi i commenti graditi sono solo quelli “che brava! condivido!” e il resto è roba “sprezzante” allora tanto vale togliere lo spazio dei commenti.
        in ogni caso, per coloro che non sono in cerca di applausi, intendevo dire che alla retorica vacua e inutile de “la politica e i sindacati non fanno da anni ciò che dovrebbero” se ne sta sostituendo un’altra, altrettanto pericolosa, che vede nell’inventarsi un lavoro la panacea per tutti quelli che stanno al palo, con una totale deresponsabilizzazione del sistema politico e produttivo che non mi pare possa portare buoni frutti sul breve e medio periodo, e nel lungo, come sappiamo…

        1. Questa è una sciocchezza su più livelli. Il primo è che se accettassi solo i commenti positivi il tuo non l’avrei approvato. L’ho fatto perché non mi interessano solo gli applausi, che comunque sono in netta maggioranza, ma il confronto anche con chi non ha capito il succo del mio discorso. Tralascerò la parte di attacco personale perché tu non mi conosci e io non ti conosco, non sappiamo nulla dei rispettivi vissuti e mi sembra sterile buttarla sull’acido. Se poi tu vuoi continuare smetterò di risponderti, perché non si può parlare con chi desidera solo sminuire e offendere.

          Il secondo è che nel mio post ripeto più volte che l’azione dovrebbe essere combinata; che è giusto chiedere supporto a un mercato del lavoro che evolve, ma è intelligente (se non giusto) provare a ripensarsi. E ripensarsi parte anche da una narrazione positiva, e non attendista, del mercato del lavoro, che si sta evolvendo rapidamente e non può più essere pensato solo secondo la logica della fabbrica o dell’ufficio ogni mattina. Ci sono altri modi, vengono praticati ogni giorno, ma non vengono raccontati.

          La terza sciocchezza è equiparare la constatazione che una generazione di persone potrebbe essersi arresa alla logica dell’attendismo con una supposta aggressività nei confronti di quella generazione. Non c’è aggressività né desiderio di sminuire la difficoltà (anche questo nel post c’è) ma un sincero desiderio di veder cambiare il modo in cui le persone si raccontano a se stesse e al mondo. Non mi occupo di economia, mi occupo di parole, e credo che siano importanti.

          Tutto qua. Spero sia chiaro, altrimenti per me le spiegazioni sono finite, perché era già tutto dentro il post, e non devo certo ripetermi per venire incontro al desiderio di rissa altrui.

  7. articolo interessante e scritto molto bene, però purtroppo non sei un’economista, così come non lo è piero pelù.
    perchè se è vero che è assolutamente iniquo e poco coerente restar fermi ad aspettare che lo stato ci dia un lavoro, dall’altro è nostro diritto pretenderlo nel momento in cui investiamo tempo e denaro nella nostra formazione.
    se i 110 e lode non trovano lavoro, mi spiace dirtelo ma vuol dire che la politica non sta funzionando e a quel punto o si va all’estero alla ricerca di dignità o si protesta a gran voce. non è retorica, è giustizia

    1. Se i 110 e lode non trovano lavoro non è solo una responsabilità degli economisti: è anche una responsabilità di chi non riforma l’istruzione in modo da renderla aderente al mondo del lavoro e accogliente per chi vuole fare ricerca, a prescindere dal campo. Una volta individuate le responsabilità, però, sia chiaro che ognuno ha le sue.

      Faccio parte della prima generazione uscita dall’università con l’idea che gli studi avanzati ci avrebbero garantito una vita migliore, se non addirittura agiata: e invece ci hanno fregati. Ho una laurea molto specialistica in un campo che è andato a picco insieme con l’editoria italiana, e per fortuna avevo e ho altre risorse e la capacità di reinventarmi: se avessi atteso che mi servissero un lavoro, sarei a fare la muffa con mamma e papà. Erano altri tempi e ora la situazione è più difficile, ma non significa che non sappia – in prima persona – cosa vuol dire ricominciare, cercare, provare, rischiare.

      Non sono esattamente seduta su tanti bei morbidi cuscini, parlo per esperienza e so che il talento non basta, e tantomeno la laurea: serve un po’ di cazzimma, come direbbero i napoletani. E serve solidarietà, cooperazione e non depressione. Puoi stare fermo ad aspettare che ti imbocchino o puoi provarci facendo anche dei sacrifici personali: dipende da te. Nessuno ti deve niente, né un lavoro né altro: quei tempi, quelli del lavoro sicuro dopo l’università, sono finiti. Erano già finiti per noi.

      1. Io credo che la volontà di deprimere il talento a favore di altri presunti ed effimeri valori sia molto diffusa ed in definitiva maggioritaria in Italia, non è affatto questione di teoria economica.

  8. Ottima fotografia del triste mondo del lavoro italiano. Aggiungerei anche gli organizzatori del Concertone “dei lavoratori” non pagano molti fornitori da diversi anni. Il tutto senza addurre scuse o chiedendo dilazioni…semplicemente non pagano. Stop. La cosa vergognosa è che questa notizia è risaputa e condivisa da tutti gli addetti ai lavori, ma ogni anno va in scena la stessa cosa, con ore di TV e media dedicati all’evento e rocker che si “ribellano” (Pelù faceva quasi tenerezza con il foglietto in mano). Tristezza infinita.

  9. Farti i complimenti e’ riduttivo. Mentre leggevo mi sembrava di leggere me stessa. Forse sei riuscita a dirlo anche molto meglio di come l’avrei detto io. Una cosa e’ certa: con me hai colpito il bersaglio ! Mi rende felice sapere che non sono l’unicaa pensare queste cose! Grazie, davvero gran bell’articolo.

  10. la cosa più patetica è questo stupito riconoscersi maggioranza proattiva, questo “ma allora anche tu e io che non avevo il coraggio…”;
    non per rovinarvi l’outing reciproco ma voi proattivi siete maggioranza da sempre, il vostro problema è che non siete John Elkann.

  11. L’articolo dice molte cose interessanti, ma varrebbe secondo me andare fino in fondo e chiederci il senso della trentennale epopea dei concerti in senso lato “benefici”, che si accompagna curiosamente alla pluridecennale questione della “rappresentatività” del sindacato.
    Nel caso specifico da molti anni il nostro sindacato ha sacrificato la dignità dei lavoratori e ha accettato le discriminazioni.
    Quasi sempre la semplice proclamazione dei valori o dei principi non porta da nessuna parte ma, al contrario attesta la propria incapacità di difenderli concretamente.

  12. La vostra visione capitalistica della società sta vivendo la fase discendente oramai. La grande finanza internazionale che possiede le ”vostre” anime e la ”nostra” esistenza sta per implodere sottoforma di crisi come uno sciame sismico che porterà al terremoto finale. Affidarsi alle banche, le prime a fare strozzinaggio delle imprese per essere propositivi? In un mondo cinico di concorrenza senza regole dove il meglio che puoi fare è il taglio dei posti di lavoro per non essere schiacciato dal mercato iperliberista e dalla mafia delle Lobbies che bloccano le stesse? Fai impresa, quando oramai l’unica in Europa a fare bilancia commerciale attiva è la Germania? Si stanno prendendo tutte le commesse, svegliatevi! I soldi che vi servono per fare impresa non ci sono più, la crisi internazionale è servita a mettere le mani dove prima non erano riusciti ad arrivare. Sono riusciti a mettere le mani su tesori e tesoretti dei capitalisti e piccoli risparmiatori. Le mani nelle tasche di coloro che oramai non possono più reinvestire o inventarsi impresa; quei soldi servono per sopravvivere alle richieste dell’Europa della finanza ed alla Merkel che ce lo chiede…neanche con gentilezza e senza un grazie! L’Italia intera praticamente popolo di risparmiatori e di imprese all’avanguardia messe in ginocchio dalla stessa mamma economica che li ha partoriti. La società democratica basata sul profitto è solo carne da cannibalizzare secondo la idologia delirante del libero mercato come un dio monoteista da idolatrare. Altro che futuro d’impresa, qui si torna all’età della pietra da scheggiare…e non è detto che sia un male.

    1. E cosa vorresti proporci? La decrescita felice? Il ritorno al baratto? O ancora con le teorie Marxiste? Io la vedo diversamente: Il Capitalismo è l’unico sistema che garantisce la crescita e il benessere ma a patto che ci siano le condizioni per generare il profitto. Purtroppo in Italia la corruzione, l’incapacità della politica e le assurde pretese di sindacati e cittadini hanno portato al collasso il sistema che aveva come presupposto la positività dell’equazione del tornaconto. Si deve tornare a poter fare impresa e a ritrovarsi con un T positivo a fine anno! Basta tasse! Basta tutele assurde, 13esime, 14esime, ferie pagate, malattia, maternità, diritto allo studio per tutti, sanità che cura gratis anche i foruncoli sono spese sostenute dallo stato corresponsabili della situazione così come lo sono la malversazione dei politici, la corruzione dei politici e gli sprechi della burocrazia. Non ho citato volutamente l’evasione fiscale perché ritengo che la percentuale dei veri evasori sia bassissima e trascurabile e che la maggior parte di quella calcolata sia quella necessaria alla sopravvivenza delle imprese. Sei bravo a demolire tutto e nel provare a spegnere gli entusiasmi ma come tutti quelli che si sono arresi non hai proposte! Siete bravi solo ad andare ai concerti gratis con il pugno alzato chiedendo il lavoro come se fosse un diritto. Il lavoro te lo devi conquistare, creare e volere. Non è una manna che arriva dal cielo, nemmeno se hai preso 110 e lode in una Università di nostalgici di Marx.

      1. Certo! Si deve fare qua, si deve fare là su un substrato sterile in partenza. Ma il capitalismo ed il genocidio che genera è lì a far danni da cento anni e più. Non ci può essere autoimpresa o autoinvestimento per ragioni più profonde di quelle che pensi tu. La democratica filosofia del ”uno su mille ce la fa” è la più falsa ed ingiusta ideologia che abbia umiliato l’uomo… perchè gli altri 999 sono lasciati al loro destino per portare in trionfo l’unico che ”ce l’ha fatta”! Questo egoismo indifferente alle sorti dell’uomo comune, ma sensibile agli andamenti di borsa ed allo spread ha fatto il suo tempo e prima o dopo crollerà su se stesso…….oppure finirà prima l’umanità che è stata relegata al compito di consumare tutto ciò che c’è sulla terra per darne il profitto a pochi che ne traggono effimero vantaggio. Bisogna rileggere Marx e Gramsci non per tornare indietro ed alzare il ”pugno” alle manifestazioni, ma per costruirsi un futuro ”completamente diverso”. Senza bisogno di forconi populisti che inneggiano alla rivoluzione vuota nello spirito. Basta i dualismi che uccidono il pensiero: fascismo antifascismo, rossi neri, sinistra destra, democrazia antidemocrazia, liberali e conservatori. Bisogna ritrovare i valori della vita. Le scelte non fatte per il profitto ma per la gente. Rivolgersi a quei 999 che ”non ce la fanno” e dirgli -fratello nessuno rimarrà indietro- questa società è costruita su di te.
        Il socialismo è ancora rimasto in quei libri del novecento e la società che ne viene descritta, ancora non è stata inventata.

        1. Rosario: Guarda che non bisogna per forza diventare “numeri uno” per riuscire nella vita. Si può fare il proprio percorso anche senza essere i primi al traguardo. Non dobbiamo mica essere Mark Zuckemberg, Bill Gates o Steve Jobs! Marco Boglione in una recente intervista ha detto che per il vero imprenditore il fine primario è la realizzazione del proprio sogno e che una volta realizzato quello il profitto è una cosa secondaria. Siamo franchi, dopo il primo milione tutti gli altri non contano. Se la tua ambizione è di essere il numero uno ti sentirai sempre tra i 999 che non ce l’hanno fatta ma se invece ti accontenterai di realizzare il tuo sogno il profitto ad un certo punto sarà una conseguenza inevitabile. Troppo comodo delegare agli altri le scelte ed il compito di riempire le buste paga.

          1. Il tuo entusiasmo di emergere è ammirevole, ma stai parlando ancora e soltanto del ”tuo” obiettivo, della ”tua” affermazione…del ”tuo” primo milione. Il tuo primo milione è lecito, se è dovuto per i tuoi meriti, quando e se però, tutti gli altri sono stati messi in condizione di avere una vita almeno normale. Altrimenti quel milione guadagnato è il frutto della sottrazione del sostentamento degli altri 999..cioè un furto alla sopravvivenza degli altri. Voler primeggiarenella vita è una buona cosa ma diventa una grande vittoria quando le tue inusuali capacità vengono messe a disposizione della collettività..la quale ne trarrà un beneficio grazie alle tue doti. Nel capitalismo non c’è la misura. Tu prevali quando contemporaneamente fai profitto ed il profitto non ha una misura, ovvero non si può autolimitare. Ciò che ricavi non viene creato, ma deriva dalla trasformazione di risorse già esistenti grazie al lavoro tuo ma soprattutto di altri che se ne fanno carico per tuo conto per la gran parte. Tutto è legato ma il tuo ricavo e la tua fortuna non viene equamente spartita tra tutti i partecipanti. Diviene capitale del solo idealizzatore del progetto senza che gli altri ne ricavino beneficio reale. Colui che prende i benefici sarà costretto però dagli stessi meccanismi economici propri capitalistici a reinvestire i propri(e di nessun altro) soldi, ma ancora una volta ( se il reinvestimento avrà di nuovo fortuna)non ne beneficeranno i nuovi lavoratori chiamati al nuovo progetto, ma sempre e solo l’ideatore o imprenditore. Mi dirai così si creano posti di lavoro. Ti rispondo, così si aumenta solo la marea di proletari i quali saranno costretti dal consumismo ed obbligati psicologicamente a dar via la gran parte del loro misero stipendio una parte solo per ”SOPRAVVIVERE” in questo tipo di società così come e stata pensata. E un’altra parte per soddisfare il desiderio subliminale di arrivare ad usufruire degli agi che il consumismo gli mette a disposizione. Come un miraggio colui che fa parte dei 999 crederà di poter arrivare agli agi promessi con soldi non suoi. Le banche e gli strozzini sono a tua disposizione se hai una busta paga. Un mondo fatto al 99% di infelici e del 1% da ricchi annoiati.
            Ma il problema è ancor più grave se il reinvestimento dei tuoi tesoretti non ha fortuna? La tua mente brillante viene superata da un concorrente forse meno brillante ma con pochi scrupoli. Il liberismo gli permette di affinare qualunque cinico stratagemma concorrenziale per portarsi via le tue commesse. Tu ci perdi (solo)l’investimento ed i tuoi collaboratori cosa perdono? TUTTO. Non solo il lavoro, ma anche la dignità per se stessi, il futuro dei loro figli.. la fine dei tuoi giorni arrivano e non hai trovato il senso della tua vita vissuta tra sfruttamento a scopo di profitto ed un continuo consumismo compulsivo avendo il continuo miraggio inappagato di poter avere lussi pagandoli con soldi non suoi. Tu miri ai lussi, tutti mirano ai lussi, nessuno capisce che i lussi sono valori effimeri e tutti si dannano la vita per raggiungerli in modo diverso. Tu diventi una persona ingiusta nei confronti degli altri perchè tu sola puoi averli e gli ”altri” si devono dannare perchè la tua ricchezza non condivisa gli impedisce di avere un minimo di dignità. ”la carne da macello” licenziabile al primo tremito di spread da tagliare quando le cose vanno male, si devono indebitare e lavorare a vita per raggiungere una vita almeno dignitosa, ma con il miraggio dei lussi messi a disposizione dalla propaganda mercificatoria con semplici rate, tan e taeg che ti rendono schiavo a vita. E questa la società mostruosa in cui vuoi far valere le tue capacità? Un giorno mi
            citerai qualcuno che fatto il primo milione si è poi accontentato. Intanto mi chiedo perchè uno che ha tutto dalla vita, riuscendo lui e pochi altri a diventare ricco oltre ogni misura ha bisogno di evadere le tasse(quattro centesimi in confronto al suo patrimonio) di distruggere la famiglia andando con prostitute di degradarsi agli occhi del mondo col bunga bunga, di mentire a se stesso prima che a tutti gli altri…di diventare alla fine della propria vita un essere disprezzato da una parte ed invidiato dall’altra? Spero di non averti annoiata e scusa per qualche errore o sciocchezza che non posso correggere… il tutto scrivo in velocità mentre sto lavorando(piccole pause che mi concedo)

      2. Questo prolasso autoincensatorio dell’imprenditrice mi fa venire i brividi.
        Come mi fa venire i brividi leggere “Basta tutele assurde, 13esime, 14esime, ferie pagate, malattia, maternità, diritto allo studio per tutti, sanità che cura gratis anche i foruncoli” Eccerto! Nonostante tutto la sanità pubblica è una delle poche cose buone che è rimasta o dovremmo seguire gli USA dove la gente semplicemente muore se non può pagarsi le (altissime) spese mediche?
        Le ferie pagate una “tutela assurda”? Cosa dovremmo fare secondo te? Lavorare 365 gg l’anno perché sennò il datore di lavoro, povera stella, se mi paga le ferie poi non arriva a fine mese?
        Il diritto allo studio è sacrosanto per tutti oppure torniamo al classismo più puro dove un’istruzione se la può fare solo chi se la può permettere.
        Che c…o centra Marx? gli unici fermi all’800 sono quelli -come te- che ripropongono il modello il modello classista

        Aspetta… aspetta, ci sono! Questo è berlusconismo puro!
        Quindi sto discutendo del’attuale condizione dell’Italia con una berlusconista?
        Ok chiedo scusa.

        Spero solo tu possa emigrare in fretta. Il più lontano possibile.

        1. Parli con una persona che crea ricchezza senza avere dipendenti. Con un imprenditore che all’occorrenza si rivolge ad imprese esterne per la fornitura di prestazioni e manodopera. Parli con una persona che ha un nuovo concetto di lavoro in testa che non prevede nessuna forma di contratto o assistenza ne da parte dello Stato ne tanto meno dall’imprenditore. Parli con un imprenditore che ha ricominciato tutto all’estero e che in meno di due anni a quintuplicato il suo capitale. Parli con il futuro. Parli con la nuova generazione di “squali” stufa di sostenere un sistema iniquo sbilanciato in favore dei parassiti che forti del loro contratto sono capaci solo di rivendicare diritti acquisiti impossibili da sostenere in una società sana. Parli con una persona che spende per un fine settimana di relax quello che tu guadagni in un anno di lavoro e ne è felice! Sai perché? Perché le mie tasse non le pago più in Italia e quindi non servono più a foraggiare quelli come te!

          1. Brava, vai!
            Prima di tacciarmi di fanulloneria mi farebbe piacere capire COME credi di avermi foraggiato.
            Io ho sempre lavorato onestamente e questo crea ricchezza anche se sono dipendente, visto che noi dipendenti NON POSSIAMO evadere ^^
            Tanti saluti e buona fortuna per l’emigrazione.

          2. Ah siamo alla spocchia! “Spendo in un weekend quello che guadagni un anno”. E questo COME ti renderebbe una persona migliore?
            Poi cazzo ne sai di quanto guadagno?
            Bello spot narcisistico, sai quanto mi frega del tuo successo? Ho sollevato punti e questioni che manco hai considerato.

            Prima di tacciarmi di fanulloneria mi farebbe piacere capire COME credi di avermi foraggiato.
            Io ho sempre lavorato onestamente e questo crea ricchezza anche se sono dipendente, visto che noi dipendenti NON POSSIAMO evadere ^^
            Tanti saluti e buona fortuna per l’emigrazione.

  13. Annalinda,
    tutto vero quello che dici tranne che maternità, malattia e ferie pagate siano pretese assurde. Sono invece segnali di un paese civile: così è in USA, in UK e in tutte le democrazie occidentali. Oltretutto in Italia i lavoratori sono pagati pochissimo; basta guardare cosa guadagna un professore di liceo in Germania o UK o un operaio. Inoltre io credo che il lavoro sia effettivamente un diritto, ma credo anche che sia un diritto dell’imprenditore poterti licenziare quando non ci sono le condizioni per mantenere il rapporto di lavoro attivo: e fra le condizioni per me è valida anche una difficoltà relazionale fra capo e dipendente. Fra l’altro più libertà di licenziare consente più mobilità e quindi più esperienza e più posti di lavoro disponibili. Riguardo alle tasse in Italia, beh sono assolutamente insostenibili: io al momento non assumerei nessuno nemmeno se mi tagliassero del 50% i contributi perché comunque il resto delle tasse è soffocante. Riguardo all’evasione lì ti sbagli di grosso: l’evasione in Italia è esagerata, circa il 20% del PIL. E non stiamo parlando di quelli che dichiarano e poi non possono pagare perché non hanno liquidità in tasca, stiamo proprio parlando di reddito non dichiarato. Ci sono tonnellate di dati al riguardo. Io credo che sia necessario abbassare al 25% la tassazione sul reddito di impresa e pagare di più i lavoratori; fermo restando che se poi il dipendente rende di meno o lo pago meno o lo licenzio.

    1. Fabio: In linea di massima siamo d’accordo. I “diritti” dei cittadini a cui ti riferisci sarebbero una gran bella conquista se fossero sostenibili da uno stato che elargendoli fosse anche in grado di preservare l’habitat ideale per la crescita delle imprese. Fino a che per sostenere quei “diritti degni di un paese civile” si obbligheranno gli imprenditori ad improvvisarsi “delinquenti” costringendoli ad evadere il paradosso resterà lampante. Gli stipendi dei professori ad esempio io li triplicherei! Ma solo dopo aver razionalizzato la scuola. Eliminato tutti gli sprechi e stabilito il criterio del merito sia per chi deve insegnare che per chi conquista il privilegio di studiare grazie al proprio talento. Un tempo un Ingegnere era considerato una persona dotta, con una intelligenza al di fuori del comune e con doti che ne facevano una persona da rispettare e ascoltare. Quelli che oggi escono dalle facoltà universitarie fanno pena. In alcuni casi incapaci persino di esprimersi adeguatamente in italiano. Questo è il risultato di politiche sbagliate e dei diritti acquisiti dai cittadini “per nascita”. Le cose belle si conquistano e soprattutto si devono meritare.

  14. Ah Ah Ah Marco Boglione, che fa manufatturiero (che sarebbe in declino, ma vabbè) con gli schiavi cinesi, ma solo perchè i cinesi sono proattivi eh, mica perchè non hanno un cazzo di diritto del lavoro

    1. Per forza! In Italia non si possono più fare nemmeno le T shirt! O preferisci che si facciano in Italia e si vendano a 1000 € l’una? No, perché per pagare un operaio in Italia per fargli fare una maglietta di cotone tanto vale fargliela fare d’oro.

  15. Io non capisco cosa ci fate qui. Se siete contro il “capitalismo” e se non condividete la visione di chi non vuole arrendersi perché scrivete commenti a questo post? Volete forse convincerci che è meglio fare come fanno i parassiti che vanno al concertone del Primo Maggio? Ostinarsi nel pretendere un lavoro come fosse un diritto? Stare li con la mano tesa come se fosse una carità? O sfasciare tutto per contestare chi è stato capace di intraprendere? Adesso addirittura siamo arrivati a Barlusconi! Di nuovo? Possibile che alla fine sia lui l’origine di tutti i mali? Ecco perchè voglio lasciare l’Italia! E’ chiaro che in questo paese una volta riusciti a vincere la battaglia contro il mondo ed aver conquistato la vetta più alta invece che rappresentare un modello si diventa bersaglio! Marco Boglione approfitta degli “schiavi” cinesi, Dolce e Gabbana sono evasori Briatore è il diavolo in persona e Marchionne un sadico. Tutto per giustificare la mediocrità di chi non è riuscito! Tutto per dare un alibi a quelli che sanno di non potercela fare e che per sopportare la propria condizione si auto convincono che quelli che sono riusciti a “sfondare” siano tutti delinquenti. Io me ne vado! Il prima possibile e di corsa per evitare di diventare bersaglio ancora prima d’aver guadagnato il mio primo milione ( anche perché uno non mi basta!) ma soprattutto perché oltre che per i soldi e per la soddisfazione lo faccio per essere ammirato. Si! Ammirato! Come è accaduto nei paesi normali a personaggi come Zuckmeberg, Jobs e tutti quelli che hanno vinto la loro scommessa con la vita.

    1. C’è da rabbrividire nel constatare il danno che ha fatto sulle menti dell’uomo il culto del profitto diffuso dal sistema capitalistico. Non esiste nessun’altro interesse che combattere tra uomini per esso con l’unico sentimento passivamente condiviso che ”mors tua vita mea” è l’unico dogma. Chi parla di solidarietà è solo un invidioso del successo(quale?) e della ricchezza altrui.
      Certi prodotti escreti dal colon dell’economia globalizzata rappresenterebbero il materiale diamantifero più puro prodotto. Una ricchezza dovuta ad un talento affaristico che può essere apprezzato solo da chi valuta l’intelligenza in termini di ricchezza acquisita sulle spalle di altri. In un mondo da incubo globalizzato chi parla di politiche del lavoro è un parassita che vuol produrre assistenzialismo ad altri parassiti. I toni ed i temi che vengono amplificati da certi invasati del m5s sono al limite del razzismo e rappresentano la fase finale di un ciclo storico sociale votato prima al genocidio di parti di popolazione umana e poi alla fine l’autodistruzione. Dalle ceneri di questo cataclisma finale c’è ancora chi spera in una società basata sull’emancipazione dell’uomo. ”fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”.

      1. Rosario, la differenza tra quelli che il lavoro lo pretendono e quelli che invece se lo fanno si riduce alla critica. Non ho mai sentito uno, tra quelli che hanno intrapreso, criticare altri se non loro stessi così come è diffusissimo l’uso di criticare chi è riuscito ad emergere da parte di chi invece non ha altra ambizione se non quella di assicurarsi l’agognato assegno da 1000€ in busta paga.
        Poi chi ti dice che la virtù e la conoscenza siano appannaggio di chi si accontenta? Io credo l’esatto opposto: Nessuno come chi ha sgomitato e sudato per affermarsi è più capace di apprezzare il bello della vita anche quando è rappresentato da un uccellino che si posa sul davanzale al mattino. L’ho detto e lo ripeto: Per l’imprenditore il tornaconto è solo una conseguenza della realizzazione dei propri sogni. Credo che sia un modo migliore di cogliere il vero senso della vita rispetto a chi invece lavora contro voglia preferendo evitare responsabilità e preoccupazioni in cambio di un misero ma sicuro assegnuccio in busta paga. L’aridità e la pochezza di una simile esistenza non possono che dare origine ad una generazione di “arresi” come quelli del concerto che ancora stanno li a chiedere il lavoro ai sindacati.

  16. Condivido molto di quello che hai scritto, in primis le critiche ai sindacati vecchi, obsoleti che fanno gli interessi (e li fanno male, molto male) solo di una certa categoria di lavoro che è in declino quando c’è una larga parte di figure professionali non rappresentate.
    E ok.

    Però a lato di chi “aspetta il lavoro che cada dall’alto” ci sono:
    -figure professionali con competenze ed esperienze che invece di inventarsi un lavoro potrebbero fare quello che sanno fare ma sono tagliate fuori dal mondo del lavoro per milel motivi che non siano “non ti metti in gioco” (che vuol dire?)
    -Esodati/inculati che non possono essere pensionati, nessuno li riassume e non hanno competenze e risorse per startupparsi o che altro
    -Persone che hanno competenze perché hanno speso tempo e denaro per formarsi: sono d’accordo che un titolo di studio non garantisce un lavoro ma allora tanto vale sostituire scuole e università con corsi di marketing.
    60 milioni di liberi professionisti che si inventano un lavoro.
    Il mondo ha ancora bisogno di cuochi, muratori, camerieri, elettricisti, commessi, rappresentanti, consulenti, giardinieri ecc… o crediamo che si può far finta di campare facendo tutti fashion blogger, i web designer e altre supercazzole esterofile che piacciono tanto ai (non più)ggiovani che frequentano le apericene?
    Insomma il discorso è interessante e offre molti spunti ma se si arriva a “chi non lavora è perché non c’ha voglia” scendiamo al livello di John chi-sta-a-casa-è-perché-ci-sta-bene Elkan.

    A me ‘sto ottimismo renzista mi sembra una presa per i fondelli. Il discorso è complesso ma certi commenti, per dire,sono agghiaccianti. Chi non arriva non ha diritto a una vita dignitosa? Ecco cosa ha prodotto il berlusconismo: una manica di cinici arrivisti.

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