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Instagram e l’officina del vuoto

Da un po’ di tempo ho traslocato su Instagram, o meglio: sto provando a usarlo di più. Meno negatività, meno vecchi dell’internet che attaccano briga, meno bot leghisti (ce ne sono, eh, ma non così tanti), meno pressione, più gente giovane che mi ricorda che i social non sono la vita, ma possono essere divertenti.

C’è un unico problema. No, sono due. Il primo è Instagram è una piattaforma per immagini. Bisogna fare e postare foto. Per fare e postare foto bisogna avere qualcosa da fotografare, e il 75% del mio tempo è trascorso in casa a cercare di non morire di caldo. Il restante 25% lo trascorro fuori, facendo incontri, e ogni tanto mi ricordo pure di fare delle foto o delle stories.

Questo ci porta al secondo problema: i social vanno curati. Stare su Twitter per me è relativamente semplice, perché sono una portata alla sintesi e ho la battuta facile (il resto lo risolvo a botte di gif). Facebook mi piace sempre meno, ma ci schiaffo ogni tanto delle cose perché se non racconti tu la tua storia, qualcuno la racconterà al posto tuo.
Instagram mi piace, ma starci dietro richiede una quantità di tempo e di occasioni che non ho. E non essendo portata – per questioni di pudore generazionale – a parlare guardando la fotocamera, finisce che posto poco e il numero dei miei follower non cresce. Avere pochi follower su Instagram è un handicap notevole, per chi lavora molto con il digitale: sotto i 10.000 non c’è il famoso “swipe up” nelle stories, che ti permette di far aprire i link in una piattaforma che ha scelto di non averli attivi. Le scelte sono due: o produco contenuti di continuo, oppure mi rassegno a una crescita lentissima.

Se scelgo la prima, oltre al fattore tempo, c’è anche il fattore “Cosa dico?”, che credetemi, è rilevante anche per chi sembra avere un’opinione su tutto. Ora, non solo questo non è vero (almeno per me), ma tre quarti del tempo la mia opinione me la tengo. Perché non serve a niente, perché non è abbastanza informata, perché non mi pare aggiunga nulla, perché non mi va. Se parlo è perché ho qualcosa da dire o perché mi pare che un punto specifico non sia stato toccato da altri. Avere ogni giorno qualcosa da dire è impossibile.

Instagram, insomma, rischia di essere l’officina del vuoto. Una macchina che trita contenuti di nessuna rilevanza, una serie di “sticazzi?” che levati, alla quale sono molto restia a contribuire con altrettanto vuoto. Ogni tanto lo faccio, ma sempre sentendomi un po’ troppo la vecchia dell’internet che gioca a fare la Generazione Z. Altri si sentono più a loro agio, e a me sta bene, oppure hanno vite più interessanti, il che mi sta ancora meglio. Ma mi immagino la pressione di mantenere ogni giorno un profilo funzionante non avendo granché da raccontare. Finisce che diventa un’abitudine, e si tiene premuto il tastino per documentare ogni stupidaggine, ogni sbrocco, ogni banalità. Spazio e byte e tempo altrui sprecati.

È un attimo che si finisce per inneggiare allo sterminio di massa nel mezzo di un Pride, per poi piangere che la gente è cattiva.

Non sto dicendo che i soldi li dovreste dare a me (ho fatto una scelta un bel po’ di tempo fa, in quel senso: la vita da influencer non collima con la mia etica). Sto dicendo che forse dovremmo cominciare a fare scelte migliori rispetto a chi seguiamo e perché. Ogni like e ogni follow ha un valore commerciale, e a furia di seguire il personaggio del giorno ci si ritrova a dare valore – commerciale, appunto – a gente che di valore umano ne ha ben poco. Lo stesso vale per le aziende, credo: investire su qualcuno perché sposta vendite pur esibendo scarsissima personalità e zero contenuti è una scelta che finisce per alimentare una gigantesca bolla di niente.

E da quel niente, inevitabilmente, nascono i mostri.