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Ma parliamo del “Sanremo delle donne” (e poi non parliamone più)

Io vi giuroggiuro che vorrei guardare Sanremo come guardo lo Eurovision Song Contest, così, come un programma di canzonette su cui chiacchierare e poi tifare per il tuo preferito, se il tuo preferito non è il concorrente italiano (successo solo una volta, con Mahmood: è andata benino). Però Sanremo occupa militarmente l’attenzione di mezzo paese e le aperture di tutti i media nazionali: lo guardano tutti, e chi non lo guarda comunque ne parla perché ne parlano i TG, i giornali, i talk show, ne parlano tutti. Sanremo è il più grosso evento televisivo italiano e ha pretese, orca se ha pretese. La gara canora è un pretesto per mettere in scena una rappresentazione dell’Italia per com’è e come vorrebbe essere (l’ho spiegato qualche anno fa su Il Tascabile: per molti versi vale ancora). Quest’anno, più che mai, il festival era un riflesso della Weltanschauung del suo direttore artistico, uomo che mi dicono essere gioviale e amabile, del tutto privo di malanimo, solo – come ha detto Enrica Bonaccorti in un dibattito a cui ho partecipato la settimana scorsa – un po’ “vetero”. Anziano dentro, se non all’anagrafe.

C’è della sincera convinzione, quando Amadeus dice che Sanremo 2020 doveva essere “il festival delle donne”. Intorno a lui, al maschio demiurgo, ce n’erano ben undici, e dubito che si sia accorto della differenza di peso specifico. Per fare un Amadeus (e un Fiorello, sguinzagliato sul palco dell’Ariston per levare rigidità all’amico e sodale, praticamente incapace di improvvisare) ci vogliono undici donne, undici, fra le quali un’ex presentatrice di Sanremo, una giornalista e attivista per i diritti delle donne, due giornaliste Rai, una conduttrice televisiva albanese perfettamente bilingue e una giornalista sportiva di Sky. La vorrei anche io, l’autostima di certi maschi cinquantenni.

Il “Sanremo delle donne” era così: donne che si muovevano nell’universo dei maschi, sfottute se si allargavano troppo, usate ripetutamente come maschera per far ridere (la parrucca di Maria De Filippi, riproposta ben due volte con annessa imitazione). Il monologo di Rula Jebreal, schiaffato lì in piena notte e infarcito di citazioni di canzoni vagamente assolutorie perché gli uomini non si sentissero troppo minacciati da quel poderoso j’accuse. Non sia mai che i maschi si sentano chiamati in causa per un problema di cui sono i soli responsabili. Il “Sanremo delle donne” erano le solite carrellate dal basso verso l’alto sulle ospiti e concorrenti più belle o svestite mentre scendevano le scale. Il “Sanremo delle donne” era il trionfo dello sguardo maschile, e ci siamo talmente abituate che ci pare normale: siamo quasi grate che sia garbato, educato, accondiscendente, piuttosto che violento e volgare. Georgina Rodriguez, bella e a occhio pure simpatica (per quello che si poteva capire, dato che non parlava italiano: ma che importa? Le donne così mica le vogliamo sentir parlare), trattata come proprietà privata del compagno, chiamato in causa di continuo. Un tango amatoriale che mancava solo la paletta di Guillermo Mariotto, il saggio di piano della bella bellissima Francesca Sofia Novello che manco a Miss Universo e intanto MADONNA SONO LE DUE. Lo stupore di Amadeus ogni volta che una delle sue “compagne di viaggio” (le chiamava così, con enorme magnanimità) esibiva una qualsivoglia competenza al di fuori della deambulazione. Bella, bellissima. Brava, bravissima.

Delle donne, a Sanremo, si è parlato come se non fossimo lì. Come se fossimo ospiti di un mondo che non ci appartiene. Decorazioni d’ambiente, simboli o traumi. Le donne esistono solo come problema, questione, argomento, mica persone. Oppure devono elevare, nobilitare, insegnare, essere modelli.

Posso dirlo? Lo dico. A me, come donna, come essere umano, come spettatrice non frega assolutamente nulla delle manifestazioni posticce di benevolenza, di un Sanremo superficialmente educativo in cui la violenza sulle donne sia un “tema”, ma poi fra gli ospiti c’è un tenore allontanato dal teatro in cui lavorava perché ha molestato una collega di fronte a tutti. Fateci un favore, lasciate perdere. Preferisco un festival che funzioni, che non duri come una messa ortodossa, che abbia un numero di cantanti in gara congruo ma non eccessivo, che mi dia qualcosa da aspettare come quest’anno ho aspettato le esibizioni di Achille Lauro (del quale è stato già detto tutto), che non sbrodoli sul finale proprio quando la tensione dovrebbe essere massima, perché eloì eloì lamà sabactani urlavamo tutti all’una e mezza del sabato e mancava ancora un’ora alla proclamazione, un’ora riempita da ballerini disabili (perché il disabile lo vogliamo sempre bello motivato, che sorrida alla vita, che non ci faccia stare male), balletti in playback su base di Eminem, assurdi capovillaggio che entravano a far alzare in piedi gli spettatori stremati. Non è un festival, è un sequestro di persona.

Voglio un festival che faccia il festival, che ci faccia ridere e cantare. Voglio la reunion dei Righeira, qualcuno che ci faccia sentire la primavera in arrivo essendo bono o sexy in modo assurdo, testi scritti con un minimo di occhio alla contemporaneità, scalette sensate, mazzi di fiori per tutti a prescindere dal genere, gente giovane con un sound contemporaneo, canzoni che ho voglia di risentire quando il festival finisce, qualche anziano del pop italiano da spiegare ai canadesi che guardano la finale su Twitter con noi, per sentire che non siamo proprio tutti da buttar via, che da qualche parte siamo ancora cool, abbiamo solo dimenticato come si fa.

(Aggiornamento: ne parla anche, benissimo e incentrando la questione sul maschile, Lorenzo Gasparrini sul suo blog.)