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Vota femminista pt. 1

Scrivo mentre gli Stati Uniti ancora dormono e i romani piangono Gigi Proietti.

Scrivo cose che avrei dovuto scrivere dieci giorni fa e che forse sarebbe meglio scrivere dopodomani, quando saremo noi a svegliarci e chissà che mondo troveremo. L’America non sta bene. La metafora del paese come corpo è abusata, ma non è mai stata valida come ora, in questo momento storico in cui quasi tutto il mondo è spossato da un virus letterale, persistente. L’America è ammalata, di Covid e di sé stessa: le tossine inoculate dagli anni ’80 del capitalismo coca-e-modelle che ha elevato un palazzinaro avido e truffaldino a suo totem, lo ha glorificato, ne ha fatto un personaggio pop ignorandone i fallimenti, il razzismo, le molteplici fughe dai creditori e soprattutto la completa assenza di qualsivoglia spessore intellettuale, e se l’è ritrovato come presidente per quattro lunghissimi anni. Che rischiano di diventare otto, non per merito del palazzinaro in questione ma perché il sistema americano è basato su un paradosso: dà per scontato che la persona (l’uomo: il sistema americano è stato costruito quando solo gli uomini contavano qualcosa) che occupa il posto di maggior potere nel paese sia una persona dotata di etica personale e rispetto per le istituzioni, ma non contiene in sé gli strumenti adatti a contenere un sociopatico che possa contare su una nutrita squadra di complici. Un sistema fragilissimo, in cui la volontà popolare viene regolarmente scavalcata dalla distribuzione del peso elettorale fra i vari Stati, pensata come premio di consolazione per chi era uscito perdente dalla Guerra Civile.
Scrivo mentre i sostenitori del sociopatico occupano ponti e bloccano strade, cercando di impedire alla gente di andare a votare. Sono probabilmente armati. Comunque vada la notte elettorale, difficile che finisca bene.

Cosa c’entra “vota femminista”, dite voi. Sarai fissata. Può essere, ma veniamo a noi. Veniamo a quello che ha scritto ieri su Twitter il governatore della Liguria Giovanni Toti.

A questo tweet – giustamente massacrato – seguono tweet di spiega che rimanda a post di Facebook che dice la stessa cosa e scaricabarile su social media manager. Non è irrilevante, e ora ci arrivo.
Tutti si sono giustamente concentrati sul lato, per così dire, eugenetico del tweet di Toti, che nella sua formulazione (pessima: chissà quando capiremo che la politica è anche saper comunicare) sembra suggerire che i vecchi non servono a niente, però ci tocca tutelarli perché lasciarli crepare fa brutto, non era meglio quando i vecchi andavano a morire da soli nella foresta per non essere di peso? E in effetti il tweet questo lo dice. Ma ci dice anche un’altra cosa, più grossa, di cui la visione del vecchio come zavorra sociale è solo una parte: ci dice che i giovani possiamo mandarli a crepare, perché il virus gli “fa poco”. Lo chiarisce lo stesso Toti, su Facebook.

A questo punto, se il Covid non ce lo siamo preso noi se lo sono preso diversi fra i nostri amici, e “fa poco” è una descrizione piuttosto nonchalant dei sintomi causati dal virus. Se un mese a letto devastati da tosse e dolori è “poco”, o dobbiamo rivedere la definizione di “poco” oppure quella di “giovani”. In ogni caso, quello che ci dice Toti è che siamo tutti numeri, carne da cannone, sacrificabili in nome dell’economia e per la gloria dei padroni. Perché pochissimi diventano ricchi lavorando, i margini di profitto delle grandi imprese non finiscono nelle tasche dei rider, dei magazzinieri, dei lavapiatti o degli operai o dei braccianti. Chi pulisce e igienizza gli uffici rischia il contagio come chi ci lavora dentro, e non viene compensato in proporzione a quel rischio. Eppur bisogna andare, perché nemmeno di fronte a un’epidemia di un virus potenzialmente letale riusciamo a immaginarci di impedire ai ricchi di farsi ulteriormente ricchi sulla pelle dei poveri, pagando una percentuale irrisoria di tasse (o non pagandole affatto).

Toti è la faccia inconsapevole del capitalismo, l’utile strumento di un potere che si racconta con gli spot allegri a base di lavoratori felici. Ed è stato votato: la gente ha messo una crocetta sul suo nome e l’ha eletto governatore perché potesse conservare quell’illusione di prosperità, solida come le scenografie di cartone di una recita delle medie, che basta un calcio e vanno giù. Il Covid è quel calcio, e ora pretenderemmo di rimettere in piedi le scenografie, come se non avessimo visto il buio dietro.

Stanotte gli americani e le americane – soprattutto le americane, a quanto pare – decideranno quale strada prendere. Non si tratta solo del voto in sé e per sé, che numericamente andrà alla coppia Biden-Harris. Si tratta anche di cosa succederà dopo la notte elettorale: di quanti voti non saranno contati, di quanto gli elettori saranno disposti a farsi sottrarre il diritto di esprimersi, di quanta violenza e sangue sarà sparso in un paese in cui i due partiti non sono più due espressioni dello stesso principio democratico, ma due schieramenti pronti a prendersi a mazzate per la sopravvivenza. Come fa notare giustamente Maria Laura Rodotà, si tratta della scelta fra due patriarcati: quello apertamente disumano di Trump e quello dignitoso di Biden. Il primo è pericoloso perché ti aggredisce direttamente ed espone donne povere e minoranze all’aggressività di chi detiene il potere sociale. Il secondo è meno peggio perché ci puoi parlare e non ti manda i cani a sbranarti, ma nella sua accettabilità finisce per assorbire i colpi, è un muro di gomma fatto di sorrisi e rassicurazioni. Il rischio è l’acquiescenza, il sollievo di non dover più vivere nel caos più assoluto, l’accontentarsi di posti di potere distribuiti a figure non troppo scomode, ragionevolmente allineate, meglio se donne: un modus operandi con cui abbiamo familiarità e che viene contrabbandato per “femminismo”. Tanto cosa sia davvero il femminismo lo sanno solo le femministe, e quelle basta ignorarle, fare finta che non ci siano e non contino nulla. Il patriarcato dignitoso spunta le armi alla lotta, si mostra offeso e deluso davanti alle critiche e alle proteste: ma come, con tutto quello che facciamo per voi? Davvero?
Il patriarcato dignitoso ti frega peggio di quello indegno, ma non fa nulla per fermarlo. Un patriarcato dignitoso prima o poi finisce per generare un patriarcato assassino, perché il patriarcato dignitoso indebolisce le difese nei confronti della sua versione più aggressiva.

Ci tornerò su a breve. Ci sentiamo domani notte, se non crollo, qui.