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Il fatto di Italo è che si chiama come il mio zio preferito. Quello che da piccola mi faceva giocare, mi regalava le bamboline di Heidi a molla, andava in giro con i fiori nei capelli perché glieli avevo messi io (ok, non se n’era accorto, ma comunque). E quindi, dovendo scegliere un treno che mi porti da Roma a Milano quando torno a casa dalla mia nuova casa nella capitale morale, scelgo Italo per questioni quasi proustiane.

Sono andata a vivere a Milano. Un po’ sì e un po’ no. Ho lasciato il cuore e quasi tutti gli effetti personali a Roma, dove conto di tornare, a un certo punto. Il lavoro nuovo mi piace, è faticoso ma stimolante, esco sfinita e soddisfatta, e nonostante almeno un incidente da crocifissione in sala mensa sono ancora viva e non crocifissa in sala mensa. (Abbiamo la sala mensa. È un cucinotto di un lieto color verde con due microonde, un frigo e un grande tavolo. Nel corridoio c’è una macchina che distribuisce gratis bevande calde, quasi tutte “al gusto di”.) Nel resto del tempo faccio altre cose di cui magari vi dirò più avanti. Per ora vi devo raccontare un’altra storia.

Martedì 15 gennaio esce il mio libro nuovo. Si intitola Siamo ancora tutti vivi ed è il racconto di un’occupazione scolastica: non una delle tante inserite nel movimento dell’Onda, ma un isolato, disperato tentativo di salvare il proprio mondo, di cui la scuola è un elemento fondamentale. È una storia che non sarebbe mai stata scritta se io, in un giorno d’aprile del 2011, non avessi incontrato gli studenti dell’istituto “A. Greppi” di Monticello Brianza. E non mi fossi innamorata del loro spirito, e della veemenza con cui si sono dedicati a difendere il loro diritto allo studio, nonché la scuola che amavano.

Da quella storia è nato questo romanzo, che dell’originale conserva solo il punto di partenza. Un modo per ringraziare i ragazzi di Villa Greppi per avermi mostrato un lato diverso dei giovanissimi, il lato di chi comprende davvero il valore dello studio e della formazione, e nonostante occasionali scese di catena con relative lamentele per votacci “non meritati” sono davvero una banda straordinaria. Poi sì, ovviamente si scrive perché scrivere è divertentissimo, scrivere è un modo di creare mondi inesistenti e andarci a vivere per tutto il tempo che si vuole, scadenze editoriali permettendo: e io, per il tempo che mi è servito per scrivere questo libro, sono andata a vivere in questo liceo di campagna insieme ai suoi occupanti, anche loro una banda straordinaria che mi ha tenuto compagnia per molto tempo e che (come peraltro quell’altra banda straordinaria che avevo seguito in Il mondo prima che arrivassi tu) continua a vivere le sue avventure anche dopo l’ultima pagina.

Martedì, insomma, si ricomincia. Ed è sempre come la prima volta.