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La Colonia in sé e la Colonia in te

Non abbiamo niente da insegnare agli immigrati che arrivano in Italia: la violenza di Colonia è già tutta intorno a noi.

A vevo forse dodici o tredici anni, la prima volta che un uomo mi ha messo le mani addosso in pubblico. Non l’ho mai raccontato a nessuno, né alla mia famiglia né ai miei amici, ma me lo ricordo molto bene: l’anno no, quello non me lo ricordo, ma il posto sì, e l’episodio anche. Camminavo sotto i portici che vanno dal Centro Studi di Pordenone (dove ho frequentato medie e superiori) a Piazza Duca d’Aosta, diretta all’ufficio di mio padre, che lavorava alle poste. È un tragitto breve, era ora di pranzo e io stavo, come tanti bambini, tornando a casa.

Ero sola e camminavo tranquilla, avrò avuto addosso le solite cose che avevo sempre, una felpa e un paio di jeans. Non avevo fretta e non avevo motivo di avere paura, Pordenone è un posto tranquillo dove non succede mai niente. Basta stare lontani dal “Bronx”, così sono chiamati i sottopassaggi del Centro Direzionale che allora ospitava un distretto sanitario: lì ci sono i tossici.

Incrocio un uomo. È basso di statura, tarchiato, faccia tonda e pizzetto. Quando siamo alla stessa altezza, lui sporge un braccio, dritto, e mi mette la mano sulla parte sinistra del torace, lì dove ci dovrebbe essere il seno ma non c’è perché ho forse tredici anni, la pubertà se la prende comoda facendomi crescere solo in altezza e comunque anche dopo non è che sarebbe cresciuto chissà che.

Io mi paralizzo. Lui ritrae la mano e se ne va come se niente fosse. Non mi ha mai guardata in faccia.

Quella è stata la prima volta. Ce ne sono state altre, più o meno gravi, più o meno esplicite, a cui ho reagito in maniera diversa, con schiaffi, spintoni e insulti, perché per allora avevo capito che nessuno aveva il permesso di toccarmi. Ma forse è da quel punto preciso che ho capito che non ero al sicuro da nessuna parte: che anche una bambina che cammina sola sotto i portici a Pordenone andando da suo padre non può farlo senza guardarsi intorno con sospetto.

Della faccenda di Colonia si parla in questi giorni in termini di diversità culturale, di uomini che vengono da paesi in cui le donne sono sottomesse, di maschilismo sistemico. In quarantatré anni che sto sul pianeta da femmina ho imparato una cosa: che io, in quanto femmina, non ho diritto a usare lo spazio come un uomo. O meglio, ce l’ho solo nominalmente. Faccio un esempio pratico: a me piace molto andare a correre. Per farlo, vado a piedi da casa mia al parco di Villa de Sanctis, passando per un tratto di strada poco frequentato, molto lungo e costeggiato da una vasta area verde non recintata. Lo faccio spesso, e non c’è mattina in cui io non sappia che se qualcuno volesse appostarsi e aspettare la prima che passa per trascinarla in mezzo agli alberi le possibilità di essere visto (o che qualcuna delle macchine che passano si fermi) sono molto basse. È anche lo stesso motivo per cui corro solo di mattina, e se corro dopo il buio (per ora è successo una volta sola) è solo in compagnia.
Lo faccio lo stesso perché statisticamente ho più probabilità di essere aggredita o stuprata da qualcuno che conosco (solo una minoranza degli stupri e delle violenze sono compiuti da persone sconosciute alla vittima) e anche perché è mio diritto vivere. Ma so benissimo che se succedesse ci sarebbe qualcuno che direbbe che non sarei dovuta passare per quella strada. Che sapevo a cosa andavo incontro, come se lo stupro fosse inesorabile, per chi si espone al rischio.

Non sto ipotizzando. L’hanno detto della ragazza stuprata alla Caffarella (una specie di bosco delle fate in mezzo a Roma) e perfino della ragazzina che è stata fermata a Prati e portata in un luogo isolato da un ufficiale di marina. Sì, anche della ragazzina fermata a Prati ho visto gente dire che sarebbe stato meglio non essere in giro a quell’ora alla sua età.

A Prati.
A Roma.
Nel 2015.
E ancora c’è gente che pensa che sia normale per le donne doversi difendere. Che sia normale che viviamo così, guardandoci le spalle, mai sole, sempre in compagnia, preferibilmente di un uomo e meglio se grosso, anzi, facciamo due. È la logica con cui in Arabia Saudita si impedisce alle donne di guidare, uscire di casa senza un mahram – un uomo che ne garantisca l’integrità fisica e morale – o anche solo a testa scoperta. La stessa logica, identica.

Mi sono sentita dire che se qualcuno mi fissa mentre passo sono gli “ormoni”. Mi sono sentita dire che devo prenderlo come un complimento, perché ho un’età, e dopo una certa età fa piacere. Mi sono sentita dire che devo fare corsi di autodifesa. Mi sono sentita dire che se mi vesto in un certo modo sono in cerca di complimenti, e allora di che mi lamento. Il sottinteso di tutto questo è che non c’è niente da fare, i maschi saranno sempre dei predatori, e spetta a me proteggermi dalla loro ferinità. Me l’hanno detto uomini e donne, senza distinzione: se per secoli ti hanno insegnato quello – che i maschi sono così, e che la loro aggressività sessuale è il prezzo da pagare per il desiderio e la passione – non riesci a credere che si possa vivere in altro modo. Ho visto anche gente lamentarsi della scarsa proattività dei maschi, del loro essere “le nuove fighe” (laddove l’organo genitale femminile viene tranquillamente utilizzato per indicare capriccio, debolezza, volubilità, indecisione). Ho visto, in sintesi, un intero mondo che vive al di fuori della comunità islamica girarsi dall’altra parte davanti a un quadro sociale in cui la molestia e la violenza sono considerate un’inevitabilità, un effetto collaterale, e non qualcosa che può e deve essere eliminato in favore di un rapporto più sereno fra le persone e della costruzione di un mondo più sicuro per tutti.

Pensate che le donne afghane siano sempre state infilate dentro dei sacchi? Ecco com’erano negli anni ’60:

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Fonte: http://www.theitalianeyemagazine.com/afghanistan-anni-60/

Ed ecco com’erano le iraniane nei giorni della Rivoluzione Islamica, quando ancora pensavano che avrebbero avuto la possibilità di continuare a scegliere se indossare o meno l’hijab:

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Fonte: http://it.euronews.com/2015/09/24/le-iraniane-senza-velo-di-36-anni-fa/

Tutto spazzato via in un attimo. È bastato rimangiarsela, quella promessa, tagliarle fuori dalla vita del paese considerando valida solo l’opinione di quelle fra loro che appoggiavano la repressione. Le Costanza Miriano del nostro mondo, quelle che vanno predicando la sottomissione, pubblicamente derise anche da quelle che poi sono convinte che sia normale che una donna smetta di lavorare se vuole passare più tempo con i figli.

Fra noi e le afghane c’è giusto lo spazio di una gentile concessione, c’è quello che rimane della tensione agonistica con cui le nostre madri e nonne hanno combattuto per poter lavorare, indossare quello che volevano, non dover sposare i loro stupratori, ottenere un processo giusto dopo aver subito una violenza: un processo che fosse non contro la morale ma contro la persona. Questo è possibile solo dal 1996. Io avrei compiuto 24 anni. Quella mano sulla mia tetta inesistente non era un’offesa a me, ma al pubblico demanio di cui il mio corpo faceva parte.

Tutto questo per dire che non è dell’Islam che bisogna avere paura, non sono gli immigrati a portare la violenza e la sottomissione delle donne. Sono sempre lì, sottotraccia, in attesa. Sono nella facilità con cui in Italia è diventato quasi impossibile interrompere legalmente una gravidanza in un ospedale pubblico, senza che il Ministro della Salute (una donna, al momento) alzi un polverone per garantire la corretta applicazione della legge. Sono nelle persecuzioni che subisce chi è stata violentata per anni dagli uomini del suo paese e vuole solo ottenere giustizia. Sono negli stupri di gruppo con selfie finale. Sono nel demansionamento delle donne incinte, nella violenza silenziosa subita dalle braccianti nelle aziende agricole. Sono nella percentuale di donne che non lavorano e dipendono dalla famiglia o da un uomo per il loro sostentamento. Sono, soprattutto, nel modo in cui ogni piccola o grande molestia viene considerata parte della vita, qualcosa che ci dobbiamo aspettare.

Smettiamo di sentirci superiori. Non abbiamo niente da insegnare a chi arriva qui: fra il nostro mondo e il loro mondo c’è solo la fragile barriera di una legge che in un attimo può essere cancellata, perché in fondo si pensa che la libertà delle donne sia già troppa.

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