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N on volevo scrivere niente sul Concertone del Primo Maggio, un po’ perché poi finisce che lo faccio sempre (e ripetersi non è bello), un po’ perché è come sparare sulla Croce Rossa. Stavo per sorvolare anche sulle uscite infelici di Piero Pelù, molto bravo a cavalcare l’antipolitica e molto meno a inventarsi qualcosa di meno abusato dell’antipolitica: ma lo sappiamo, i rocker erano rivoluzionari negli anni ’70, adesso si limitano a mimare i gesti della ribellione ma non scherziamo, c’hanno un mutuo da pagare e figli a carico.

Poi ho visto questo.

cisl

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Questo tweet (ora rimosso: ottimo lavoro, social media manager della CISL) ha fatto piovere sulla CISL una valanga di meritatissimo guano, e sorvoliamo sul tentativo di far passare un refuso (“saga” invece che “sagra”) come un gioco di parole carico di significato. E nell’incapacità di gestire questa scemenza come andrebbe gestita – scusandosi, e via: ché siamo adulti, una cazzata capita – si legge in filigrana un’immensa inettitudine. Fare a chi ce l’ha più lungo con i lavoratori di un’altra festa indetta in occasione della Festa del Lavoro: bravi. No, davvero: bravissimi.

Ed è qui che mi è andato il sangue alla testa, perché ieri il Concertone, seppure a sprazzi, l’ho visto. Ne ho visto un pezzo da casa, un pezzettino da Piazza San Giovanni, e un altro pezzettino da casa. E non è di musica che voglio parlare, ma di quello che succede fra un’esibizione e l’altra. Di quello che viene detto, fatto, proclamato dal palco. Che è la stessa retorica di sempre, la stessa roba che viene ripetuta ogni anno: vogliamo il lavoro, la politica deve ridare dignità al lavoro, la politica deve fare, la politica deve risolvere.

La parte meno razionale di me risolve tutto con un sonoro “Mannatevenaffanculo”. La parte razionale di me – quella che è abituata ad analizzare il fastidio e a localizzarne la fonte – ha ragioni e parole da associare a quella conclusione, che poi rimane all’incirca la stessa, ma almeno è motivata. La CISL, come le altre due teste del trittico sindacale CGIL e UIL, ha responsabilità enormi nell’attuale situazione del mercato del lavoro italiano; e sono responsabilità non solo organizzative, ma anche simboliche, di cultura e di creazione di quella cultura. Possibile che l’unica volta l’anno in cui il palinsesto di Rai 3 è occupato quasi per intero da una manifestazione dedicata al lavoro nessuno spenda mai una parola su cosa dovrebbero fare i lavoratori stessi, o aspiranti tali, per migliorare le loro condizioni? Possibile che i discorsi pronunciati sul palco del Concertone vertano sempre e soltanto sul tema “La politica non ascolta” o “I politici devono fare”?

Quarant’anni e passa di retorica del posto fisso hanno avuto come risultato una generazione di arresi. Se vieni allevato con l’idea che qualcuno ti debba “dare lavoro”, che il lavoro sia un diritto che deve essere garantito a vita dalla “politica” e dalle imprese, non ti resta molto spazio per l’immaginazione e per inventarti non dico un modo per campare, ma addirittura – cielo! – un modo per fare a tua volta impresa, per creare lavoro e per dare lavoro a chi non ce l’ha. Su questo è giusto, anzi, doveroso chiedere un supporto alla politica: se una volta eravamo un paese di operai e contadini, ora siamo un paese di aspiranti operatori del terziario avanzato, settore che avrebbe necessità di interventi massicci per svilupparsi, e che invece viene tenuto al palo da un’arretratezza tecnologica e culturale che non è interamente figlia dell’inefficacia della politica. Il problema, ovviamente, è anche che la narrazione del lavoro è attualmente affidata per intero ai sindacati che difendono un settore specifico dell’economia italiana, ovvero il manufatturiero e le fabbriche. Ma non c’è più solo quello, anzi, al contrario: mentre i sindacati si aggrappano a un’idea di lavoro ormai limitata quando non proprio obsoleta, il famoso terziario avanzato langue, senza rappresentanza, senza narrazione e in apparenza senza necessità specifiche. Vent’anni di non riforme e di non intervento in cui i ricchi si sono ulteriormente arricchiti e i poveri sono sprofondati nella miseria non aiutano: ma non aiuta neanche questo costante antagonismo che di cooperazione non vuole nemmeno sentir parlare. Si fa prima a dare la colpa al “padrone” che a cercare modi per affrancarsi che siano riproducibili e sostenibili anche per altri. In altre parole, perché gli americani hanno inventato Facebook, Twitter, Google e noi no? Siamo più scemi, o semplicemente non riusciamo a immaginarci più nulla oltre l’esistente?

Il discorso-tipo del Concertone è sempre un misto di disprezzo, attacco indiscriminato e scaricamento di barile: il contrario di quello che in inglese si chiama empowerment e in italiano, per dire, non ha un equivalente. Empowerment vuol dire “conferimento di potere”, che non è una cosa brutta e non è l’inizio del totalitarismo popolare, come invece vorrebbero gli invasati grillini: è prendere in mano la propria situazione, automotivarsi, cercare soluzioni. Cercarle non nel mondo dorato delle fate in cui tutti si svegliano una mattina e hanno un lavoro, e solo noi in Italia no; cercarle anche nel mezzo di una crisi economica mondiale basata su una crisi generale del modello occidentale e dell’economia basata sui combustibili fossili. Cercarle perché c’è una crisi, e non a dispetto della crisi: e in questo, appunto, è sacrosanto chiedere il sostegno della politica. Invece stiamo ancora a parlare di posto fisso, come se l’Italia fosse ancora quella del dopoguerra e degli operai pugliesi che emigrano a Torino per lavorare alla Fiat. Come se il nostro modello su scala nazionale potesse ancora ragionevolmente essere quello del paese proletario e onesto con la terza elementare e le braccia dedicate all’agricoltura, piuttosto che un paese avanzato in cui ci si divide fra laureati e gente che ha a malapena assolto l’obbligo scolastico ma non è specializzata in niente, né nel tornio né nella zappa.

Non sono un’economista. Mi occupo a tempo pieno di parole, il mio lavoro è quello, e sono convinta che la cultura si costruisca usando le parole in maniera saggia per raccontare le azioni, ma anche per raccontare un’idea di futuro, un’idea di vita migliore che non cala dal cielo, ma che va inventata. E invece ogni anno abbiamo i gruppi terzomondisti del pomeriggio, le solite frasi qualunquiste sulla politica, la bandiera dei quattro mori, le bocce di vino nello zaino, i fuorisede del sud che saltano, altra retorica sulla classe lavoratrice che soffre, ogni anno sempre più anatemi contro la disoccupazione, e nessuno che dica a questi lavoratori o futuri lavoratori che il mondo se lo devono creare un po’ anche loro, che non è possibile essere tutti assunti a tempo indeterminato dall’azienda dei propri sogni e tante volte neanche dalla seconda scelta, che qualcuno dovrà pure rischiare ed è su quel rischio che si costruisce il progresso. Che è giusto difendere il diritto a una vita onesta, a uno stipendio proporzionato al lavoro e al valore aggiunto del singolo lavoratore, a orari da cristiani e non da bestie da soma, a non essere ricattati, a un bilanciamento decente fra vita e lavoro. Ma è giusto anche cominciare a ripensarci come esseri umani adulti: lo Stato non è la tua mamma e tu non sei un uccellino neonato con il becco aperto, in attesa. È degradante ed è deprimente pensare che un’intera generazione debba mettersi in modalità “attesa”. Serve un’assunzione di responsabilità collettiva, un momento di entusiasmo. Mettere da parte la rabbia, pensare in maniera costruttiva, provarci e riprovarci. Il mondo non lo cambieranno i vecchi, lo devono cambiare i giovani, lo dovete cambiare voi, fuorisede con lo zaino che saltate ubriachi ascoltando i gruppi terzomondisti. Lo dobbiamo cambiare noi, ogni giorno, facendoci un mazzo tanto, cambiando il pensiero che guida le nostre azioni.

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