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IMG_2147Quando si parla di analfabetismo funzionale a me viene sempre in mente Mascetti che fa la scena della supercazzola. La supercazzola funziona per due motivi: non ha nessun senso per chi ascolta e a Mascetti basta usare un tono serissimo come se stesse facendo un discorso sensato. Solo il macellaio gli risponde “Non ho capito un cazzo”, ma lo fa affilando il coltello, e quando il conte decaduto e disarmato incontra il macellaio armato, il conte decaduto abbozza. Nessuno, però, gli dice: “O Mascetti, supercazzola ‘un vor di’ una sega, tarapia tapioco come se fosse Antani la tu’ sorella”, perché metti che invece la parola esista.

Se non la sai, la parola non esiste. Se non sai che una parola esiste, non puoi usarla per descrivere un oggetto, un sentimento, una sensazione, un’azione, una situazione. Meno parole sai, meno sei in grado di difenderti dai Mascetti del mondo, ma soprattutto non capisci cosa ti dicono quelli che non sono il Mascetti, ma stanno cercando di comunicarti un’informazione che per te ha valore. Storicamente, chi detiene il potere ha interesse a far sì che la gente legga e studi il minimo indispensabile: un atteggiamento che non era affatto comune nel dopoguerra, quando mandare i figli a scuola era un vanto e un motivo di grandi sacrifici per i genitori, istruirsi una cosa onorevole e l’ignoranza tutt’altro che un motivo di orgoglio. Quando la gente si istruisce, o prova a istruirsi, legge, si informa, si dà gli strumenti per capire non solo la realtà ma anche le possibili implicazioni delle proprie azioni, la responsabilità è meglio distribuita. Se invece il tuo obiettivo è accentrare, la cosa più furba che tu possa fare è incoraggiare l’ignoranza: celebrarla, glorificarla, farla diventare una condizione aspirazionale, di purezza. E allora dagli con la mistica del rapper che ha imparato all’università della strada, del meccanico con le manazze ruvide che fa sospirare le intellettuali di città annoiate dalla vita moderna, del leghista che non ha studiato ma è uno del popolo, del grillino che legge solo status di Facebook ma si sente migliore dei politici di professione, della mamma – eh, la mamma! – che non ha studiato e non lavora ma è una mamma e quindi capisce tutto. Lo studio diventa una condizione di inquinamento dell’anima, uno stato di progressiva corruzione: più sai, più la puoi impapocchiare a chi non sa. Se sai, diventi parte del sistema che cerca di mettercela in culo a tutti.

Si impoveriscono le scuole, si smantella il dibattito culturale o peggio, lo si confina a un parlarsi addosso misto a gran rottura di coglioni. Gli scrittori si recensiscono entusiasti a vicenda, ogni tanto qualcuno si ricorda anche di raccontare una storia che la gente capisce e quel qualcuno è Fabio Volo. “Che la gente capisce” è la chiave, qui. Se tre italiani su dieci sono analfabeti funzionali, stiamo parlando più meno di venti milioni di italiani, giusto? Venti milioni di italiani, amici vostri – forse pure voi che leggete, se siete riusciti a seguire fino qui – che hanno difficoltà a comprendere un testo scritto, che non riescono ad appassionarsi a un romanzo perché fanno fatica a capire le parole, si stancano. La lettura non dà loro piacere, ma fatica. In quei due, tre, quattro milioni che comprano Fabio Volo (quanto vende Fabio Volo? Diciamo due, tre, quattro milioni) ce ne sono tantissimi per cui la prosa soggetto-verbo-complemento, lutto-amore-divorzio-paternità è il massimo dello sforzo intellettivo a cui arrivano. “Mi rilassa”, dicono le vostre colleghe. “Quando torno dal lavoro ho solo bisogno di scaricare il cervello”. E grazie tante. Più rilassante di quella roba lì, giusto un pediluvio.

Tre italiani su dieci che non sanno capire un articolo di giornale oltre a un boxino sulle chiappe di Pippa Middleton. Tre italiani su dieci che non capiscono una manovra finanziaria neanche concentrandosi moltissimo (e io sono fra quei tre, sereni: infatti leggo molto nel tentativo di rimediare, e di sicuro non me ne vanto). Tre italiani su dieci che non hanno idea di come funziona il mondo, ma pretendono di andare in Parlamento a gestirlo perché loro sono migliori di voi. Tre italiani su dieci che votano senza averci capito un cazzo, perché – ripeto – non sanno leggere.

Li riconosci perché scrivono su Facebook senza punteggiatura, con i puntini al posto dei punti, con le virgole al posto dei puntini, con abbreviazioni inutili, senza congiuntivi, “ai” e “o” usati come verbi. Li riconosci perché se provi a parlarci di politica partono con dei pipponi in cui si contraddicono ogni due frasi, pretendono che tu provi “con dati statistici” ogni cosa che dici (ma non sono in grado di fare altrettanto), non capiscono quello che scrivi.

Non. Sanno. Leggere.

Sostengono opinioni razziste, ma se gli fai notare che sono razziste vanno in bestia perché secondo loro li hai insultati (l’opinione rimane razzista). Li riconosci perché sono convinti che tutte le opinioni siano uguali e parimenti degne di rispetto e non capiscono – non hanno la struttura mentale per farlo – che ci sono opinioni sostenibili e opinioni insostenibili. Sembrano scemi e invece sono solo gente che ha smesso di leggere libri dopo la maturità, se l’hanno presa. In molti casi sono laureati, non si capisce esattamente come. Cascano in tutte le bufale che gli passano davanti e le inoltrano: si fidano del “Fate girare!!!” e non controllano mai una fonte che sia una. Il post con la bufala che stanno facendo girare non l’hanno letto, e se l’hanno letto non l’hanno capito, e se l’hanno capito non sanno che gli articoli scientifici fatti bene non si basano su dicerie ma riportano studi accreditati. Sono quelli che spalleggiano Vannoni, sì, Vannoni, quello che fa le iniezioni di brodino di pollo e le chiama miracolo. Sono quelli che non sanno leggere, punto.

Sono quelli lì. Gente che se gli fai presente che c’è differenza fra opinioni, aneddoti e fatti ti aggredisce, perché per loro è tutto uguale.

Nel mio paese d’origine, quando uno parla “difficile” (cioè: l’interlocutore non lo capisce) gli dicono “Parla potabile”. Non ho mai capito fino a oggi perché quell’espressione mi irritasse tanto, ma ora lo so: “potabile” non vuol dire quella cosa lì che pensi tu. “Potabile” vuol dire un’altra cosa. Se anche la parola che usi per chiedermi di semplificare la terminologia che uso è sbagliata, cosa vuoi che faccia io per te? Che punti il dito verso i colori come l’ispettore Catiponda ed esclami “Il giallo!”? Ti faccio un disegnino? Chiamo la maestra di sostegno?

E pensare che basta così poco. Un libro della madonna (non di Fabio Volo: della madonna!), un articolo al giorno ma scritto bene e documentato meglio, un po’ di fact-checking su un argomento controverso (Wired ne fa di ottimi e in italiano, se tutto il tempo che potresti usare per migliorare l’inglese lo metti nel perculare quello di Renzi), un reportage su un paese in guerra, un articolo scientifico. Senti il tuo cervello che si espande e si contrae per masticare le cose nuove che gli stai dando da mangiare. Rileggi Moby Dick senza saltare le parti sulla caccia alla balena*. Leggi Moby Dick. Leggi Ritratto di signora. Leggi Giro di vite, ma leggilo di giorno ché di sera ti caghi sotto. Leggi Rosemary’s Baby. Leggi tutti gli Harry Potter in fila. Due volte. Leggi tutto John Wyndham, non importa quale. Leggi la serie dei libri da cui è tratto Game of Thrones, no, seriamente, leggili che spaccano, ti ci vuole un anno ma leggili, è un anno speso bene: valgono come un trattato di geopolitica applicata, ma sono molto più goduriosi. Leggi Jeanette Winterson, Augusten Burroughs, E. M. Forster. Non leggere Thomas Hardy, era un deprone, anzi leggilo perché era un deprone sublime. Leggi Edith Wharton. Leggi Kurt Vonnegut. Leggi Tom Robbins, ma quelli vecchi, ché quelli nuovi hanno un po’ perso lo smalto. Leggi Benni, Pratolini, Calvino, Arbasino, Ginzburg, Morante. Leggi le biografie dei musicisti, che sono sempre uno spasso. Leggi The Hunger Games. Leggi i libri che raccomandiamo su The Book Girls, noi li abbiamo letti tutti e se sono brutti te lo diciamo. Leggi, cazzo, è la cosa più bella del mondo. Giuro.

 

* Colpevole, vostro onore: ma all’esame di letteratura angloamericana feci comunque un figurone, Moby Dick mi aveva scavato dei tunnel nel cervello e dissi cose che neanche so io come. Del resto,  quando ero piccola i miei si privavano del cibo per comprarmi i libri. Mica scherzo.

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