C’è una ragazzina di Pordenone che si è buttata dalla finestra, dicono perché vittima di bullismo. Dicono, perché se ti butti dalla finestra mi viene da pensare che il bullismo sia solo una parte del tuo problema, ma non conosco né lei né la sua famiglia. Non lo posso dire. Però posso dire cosa è stato per me essere bullizzata a Pordenone e provincia, quando ero bambina e poi adolescente.

Ci pensavo un po’ di tempo fa, molto prima che arrivasse la notizia del tentato suicidio. Ho sempre detto che essere tormentata dai ragazzini del mio paese e da alcuni dei miei compagni di scuola mi ha resa più forte, ma è solo di recente che ho capito che non è vero, o meglio: che non saprò mai come sarebbe stata la mia vita o come sarei stata io, se non fossi stata ferita a più riprese dalle persone che avevo intorno nel più completo silenzio da parte degli adulti che ci circondavano. Io venivo invitata a difendermi, a elaborare risposte sagaci alle prese in giro, come se fosse possibile rispondere in maniera sagace a un intero paese che ti dava del mostro, chi direttamente e chi stando a guardare.
Non saprò mai cosa sarei diventata, se non avessi avuto paura di tutto e di tutti. Se le ferite del bullismo non fossero guarite solo dopo molto tempo, e lasciandomi brutte cicatrici. Non sono diventata l’adulta che sono grazie al bullismo, ma nonostante il bullismo. Gli adulti che erano responsabili di allevarmi, e non parlo solo dei miei genitori, hanno lasciato che succedesse. Tutti lo sapevano. Nessuno ha fatto niente. Nessuno sapeva cosa fare, oltre a dirmi che dovevo arrangiarmi, scaricando su di me la colpa del mio essere vittima. Farmi rispettare, a undici anni, era una mia responsabilità.

Il bullismo contro di me non era mai fisico. Nessuno mi ha mai aggredita, ma le battute, le prese in giro, le cattiverie erano all’ordine del giorno. In paese sono andate avanti per anni, finché non si è rotto qualcosa e ho preso a schiaffi una delle ragazze più insistenti. A scuola il fenomeno si è ripetuto, ma non ho nemmeno provato a difendermi: ho subito, soffrendo. Ho impiegato più di vent’anni per riconciliarmi con quella sofferenza.
Lo ripeto: tutti sapevano. Nessuno è intervenuto. Nessuno ha ritenuto fosse opportuno intervenire. Il messaggio da parte di tutti era che me lo meritavo.

Non ero la sola, ovviamente. Non sono stata né la prima né l’ultima. Sono una delle tante, e a mia volta – quando ne avevo l’occasione – mi sono rifatta su chi percepivo essere più debole di me. È una cosa che va detta: il bullizzato diventa bullo. La frustrazione di essere l’ultima ruota del carro annulla l’empatia, la mancanza di strumenti per affrontare la situazione degenera in aggressività. Nessuno è mai intervenuto, anche questo va ribadito: venivamo incoraggiati a cavarcela da soli, a risolvere la cosa fra noi. E la nostra vita era vissuta, bene o male, tutta alla luce del sole: non c’erano anfratti nascosti alla vista degli adulti, non c’erano gruppi WhatsApp o messaggi di Facebook, non c’era Twitter su cui far partire hashtag (ve lo ricordate #letroiedellamiascuola? No? Ve l’ho detto: non fate abbastanza attenzione). È strano da dire, ma eravamo più sorvegliati: eppure eccoci qua, madri e padri di bulli.

Perché quelli che hanno tormentato la bambina di Pordenone sono figli vostri. Datevi una lunga occhiata. Sono figli vostri e della vostra incapacità di educarli alla gentilezza e all’accoglienza, ma solo alla sopraffazione. I genitori dei bulli pordenonesi potrebbero essere stati a scuola con me. Potrebbero – il condizionale è d’obbligo, ma è un’ipotesi del tutto plausibile – essere i miei bulli.

Ogni volta che qualcuno viene bullizzato, la risposta standard è correre a occuparsi delle vittime, chiedendo loro di denunciare, di parlare, di confidarsi, addossando a loro l’onere di farsi giustizia ed esponendole al rischio di ulteriori e più violente rappresaglie. Nessuno si occupa mai dei bulli, nessuno si fa venire il sospetto che suo figlio possa essere fra quelli che tormentano gli altri. I genitori bulli, quelli che ai colloqui aggrediscono gli insegnanti e a casa trattano il figlio o la figlia come se fossero la recluta Palla di Lardo in Full Metal Jacket, quelli non li affronta mai nessuno. I ragazzini e le ragazzine che rendono la vita impossibile a quelli che percepiscono essere più deboli di loro non sono mai sorvegliati: non lo erano i miei bulli, non lo ero nemmeno io. Gli adulti intorno a me si sono preoccupati solo di insegnarmi la legge della giungla: se non mangi, qualcuno ti mangerà. Ma io non vivevo nella giungla, vivevo in un paesino dell’entroterra friulano praticamente privo di pericoli, un paesino in cui a momenti c’erano più galline che umani. E la gallina non è un grosso predatore.

Genitore che mi stai leggendo, lo sai che tuo figlio è un bullo?
Sai cosa fa, sai come si comporta con i compagni?
Genitore che mi stai leggendo, sei stato un bullo o un bullizzato?
Cosa hai insegnato a tuo figlio sulle relazioni umane, sulla necessità basilare di essere gentili con il prossimo?
Genitore che mi stai leggendo, sei di quelli che affrontano ogni giornata con il coltello fra i denti, “Adesso ti faccio vedere io”?
Sei di quelli che usano Facebook per mandare pizzini frustrati a gente che non li leggerà mai?
Sei di quelli che hanno detto, almeno una volta nella vita, “E allora tu ridagliele?”
Hai mai preso in giro tuo figlio, l’hai mai umiliato davanti agli amici o alla famiglia sfruttando un suo lato debole?
Dividi la gente in categorie e decidi arbitrariamente chi è degno di rispetto? Sei di quelli che davanti a loro figlio dicono “ciccione”, “frocio”, “negro”, “troia”?
Partecipi ai linciaggi di massa su Facebook e Twitter? Sei di quelli che hanno insultato Jacopo Melio sulla bacheca di Salvini?
Sei di quelli convinti che “fra maschi” sia normale fare a botte, e che “fra femmine” non succeda?
Hai mai detto a tuo figlio o a tua figlia “Devi farti rispettare”?
Più banalmente: hai mai spiegato a tuo figlio – bullo o bullizzato – che tormentare gli altri è una cosa sbagliata, che non si fa, mai? Che essere gentili con gli altri, sempre, è l’unico modo? Prima di assolvere al tuo compito educativo di base aspetti che diventi vittima o carnefice?

Fatti delle domande, datti delle risposte.