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il-voloÈ finito. È finito tardi, è finito pure – per la fetta di mondo che vedevo dalla mia timeline di Twitter – male, ma è finito. Fra comici che non facevano ridere, interviste agli ospiti internazionali di pochezza imbarazzante, battute a sfondo razziale e co-conduttrici fatte come zucchine, Sanremo è finito. L’abbiamo seguito tutto, come si conviene all’evento più importante per la televisione e la cultura pop italiana, e siamo arrivati al punto in cui si tirano le somme.

Cominciamo dai vincitori, che sono la chiave per comprendere tutto. Il Volo, tre ex bambini scoperti dalla trasmissione di Antonella Clerici Ti lascio una canzone, attualmente ventenni in transizione verso l’età adulta con tutto il corredo di baffetti infelici e goffaggini varie. Tre cloni di Claudio Villa con aspirazioni da Placido Domingo che al festival hanno barrito un pezzo già vecchio prima che il Festival nascesse, un’epica cavalcata amorosa che non ha mancato di colpire al cuore gli anziani che costituiscono lo zoccolo duro degli spettatori. Chissà che emozione, per questi vecchi torturati per anni con Tricarico e costretti a sopportare l’invasione dei rapper, risentire per un momento le vecchie voci di una volta, quelle classiche, col vibratone che entra a sostenere la nota. Quelle del Belcanto che da sempre esportiamo con successo in tutto il mondo e che sono diventate la rappresentazione sonora di quello che siamo al di fuori del confine di Chiasso.

Il Volo sono Sanremo, e Sanremo è finalmente solo e soltanto se stesso.

Dimenticatevi la musica. Sono finiti gli anni di Fabio Fazio e di ascolti che scivolavano verso il baratro nel tentativo di far sentire qualche bella canzone, di creare una rappresentazione della scena musicale italiana che si avvicinasse il più possibile alla realtà, anche con qualche rischio (tipo i Bloody Beetroots con Raphael Gualazzi, entrambi esportazioni italiane di successo). La fine l’ha decretata il pubblico, con un 50% di share quasi costante che forse neanche quando i canali erano solo due. Il Sanremo di Carlo Conti ha mantenuto tutte le sue promesse: canzoni innocue e dimenticabili, che non disturbano lo spettatore, e intorno l’Italia tutta: da Samantha Cristoforetti che fluttua nello spazio in differita a Giorgio Panariello che l’ultima volta che ha fatto ridere era nei tardi anni ’90 e da allora continua a rifare Lello Splendor anche quando fa Renato Zero, per arrivare a Pintus, che ora potremo ricominciare a ignorare tranquilli.

Bisogna smettere di chiedere al Festival di fare musica. Il Festival di Sanremo non fa più musica da decenni. Il Festival di Sanremo è un’elaborata rappresentazione in cui anche gli errori fanno parte del copione: va in scena il paese nella sua interezza. Prudente, nostalgico, timorato di un Dio che forse c’è forse non c’è ma metti che c’è, superstizioso, maschilista, familista, sentimentale, insicuro, superficiale, allegrone, approssimativo, cialtrone, esterofilo, vecchio. Se il Festival di Fazio tentava di rappresentare quello che vorremmo essere (sempre prudenti e timorati di un eventuale Dio ma positivi, aperti, orgogliosi, capaci di giudizio critico al punto di essere coinvolti nella scelta delle canzoni in gara con il metodo della doppia esibizione), il Festival di Conti ci restituisce un ritratto di quello che siamo davvero. Sanremo 2015 andava visto per capire da dove si parte: dagli Anania con sedici figli e moglie casalinga rappresentati come “famiglia tipo”, dai comici che sentono il bisogno di inserire momenti di serietà nei monologhi, da Carlo Conti che chiama Conchita Wurst “Tom” perché l’unica rappresentazione autorizzata delle persone – perdonatemi il barbarismo: in italiano non c’è – queer è quella dolente di Mauro Coruzzi fuori dai panni di Platinette. Se sali sul palco di Sanremo bellissima e con la barba e canti meglio e con più senso scenico dei concorrenti in gara e ti fai chiamare Conchita, non credere che Carlo Conti (l’italiano medio) ti rispetti fino a chiamarti con il nome che ti sei scelta. Ripartiamo da Luca e Paolo che tirano giù il teatro con la canzone sulla necrofilia delle trasmissioni televisive, da Virginia Raffaele che porta in scena una Vanoni strepitosa e più vera del vero, ma anche da uno sketch sul matrimonio gay che partiva da un’idea originale e finiva in una realizzazione non straordinaria, e il solito Carlo Conti che si affrettava a precisare che si trattava solo di uno sketch: “Luca e Paolo, Il matrimonio!“. Ripartiamo da vallette ribattezzate “co-conduttrici” per non attirarsi le critiche, di fatto confinate a quattro parole fra un’esibizione e l’altra e meno male, perché Arisa dal gobbo leggeva pure il suo nome. Ripartiamo dalle prese in giro ai bambini grassi in Eurovisione, così quando li ammazzano con un compressore gli assassini possono sentirsi a posto con la coscienza, tanto chillo era ‘nu chiattone, l’ha detto pure Siani. Ripartiamo dalle battute maschiliste su quel gran pezzo di Leopolda nello stesso monologo in cui si condanna la violenza sulle donne, e nessuno ci vede la minima contraddizione.

In questa settimana di ore piccole davanti alla televisione ci siamo guardati a lungo negli occhi, e a differenza di quanto succede in quel famoso esperimento sociologico delle trentasei domande non ci siamo poi piaciuti così tanto a vicenda.

Sanremo è finito, andate in pace.