screenshot_172Le parole, come qualsiasi altra cosa, seguono delle mode. Una volta c’era “coda lunga”, ve la ricordate la coda lunga? C’è ancora, ma è un pezzo che non la vedo affacciarsi nelle conversazioni fra nerd della comunicazione online (dei quali mi pregio di essere un membro marginale, impreparato ma intuitivo: un giorno scriverò il mio saggio sulle Directioner e il concetto di community e celebrità e tutto questo cambierà, in meglio o in peggio non è dato sapere). La parola degli ultimi anni è “storytelling”, lasciata così come sta anche se l’italiano avrebbe “narrazione”, che è perfetta. In entrambi i termini esistono le connotazioni di azione (il raccontare una storia) e arte (la tecnica del raccontare). Si fa storytelling dappertutto: storytelling dei marchi, delle persone, degli eventi, delle cose. La narrazione, quella cosa antica e meravigliosa con cui gli uomini delle caverne si impedivano a vicenda di risolvere le serate prendendosi a mazzate in testa per la noia. La narrazione, quella cosa che se eri il giullare ti conveniva fare bene se non volevi che il re decidesse di decapitarti (sempre per la noia). La narrazione, Shahrazad, bla bla bla.

La faccio corta: ho finito ieri di ascoltare la prima stagione di Serial. Ascoltare, sì, perché Serial è un podcast: “one story, told week by week”. Una storia, una soltanto, raccontata a puntate in formato audio, senza il supporto delle immagini: una cosa a cui non siamo più abituati, forse non lo siamo mai stati. Il podcast come siamo abituati a pensarlo ha una natura episodica, autoconclusiva: Serial no, Serial è la ricostruzione minuziosa, dettagliata e appassionata di un caso di omicidio giuridicamente risolto, quello della diciassettenne Hae Min Lee, strangolata nel 1999 a Baltimora. Per la giustizia, il colpevole è l’ex fidanzato Adnan Syed, studente modello e ragazzino affabile e gentile. Adnan dice di essere innocente, ma è inchiodato dalla testimonianza dell’amico Jay, che sostiene di averlo aiutato a seppellire il corpo di Hae. Spoiler? No: tutto questo è solo la premessa di Serial, che puntata dopo puntata si immerge in un caso ricco di lati oscuri, emergendo dall’altra parte con più dubbi che certezze.

Serial è la narrazione nella sua forma più pura. Costruito intorno a un’architettura precisa, con un impianto narrativo solido (aspiranti romanzieri di tutto il mondo: l’impianto narrativo, maledizione, l’impianto narrativo, raccontare cose in una sequenza logica pianificando nodi e colpi di scena è cosa buona e giusta), il podcast utilizza le voci delle persone coinvolte nella storia per ricostruire moventi (o assenza di moventi), movimenti, personalità, contesto. Quello che è interessante è il modo in cui, dato un materiale di partenza fatto di documenti, dati e testimonianze, la narratrice Sarah Koenig affonda le mani nella vicenda e la rovescia, esponendo il lato ancora vivo e pulsante di un caso che è chiuso solo per chi non ci ha mai avuto niente a che fare. Per Adnan, che sta scontando un ergastolo per un delitto che sostiene di non aver commesso, il caso non è chiuso per niente (ed è notizia di questi giorni che finalmente gli è stato concesso un appello).

Una buona narrazione fa due cose: tiene inchiodato il lettore (in questo caso: l’ascoltatore) e lo costringe a interrogarsi non solo sui personaggi, ma anche su quello che sa o crede di sapere della natura umana. Per tutta la serie, Sarah Koenig è contemporaneamente personaggio e pubblico: la sua voce è la nostra guida, è lei a ricostruire per noi i dettagli, a rimetterli insieme, a verificarli, a parlare con gli esperti e a ricucire ogni volta il tessuto lì dove si sfrangia, a mostrarci i buchi quando i lembi non combaciano, facendosi sorprendere e depistare e riallineare da nuove informazioni, nuove dichiarazioni, personaggi che fino a quel punto non avevano parlato e invece ora sì. Non è un narratore esterno e onnisciente: la sua influenza si fa sentire anche sui personaggi, è il detective che riscrive la storia, è il canale attraverso cui conosciamo Adnan o forse non lo conosciamo affatto, è il creatore del Golem che finiamo per contemplare nell’ultimo episodio. Chi è davvero Adnan Syed? È un ragazzino innocente vittima di una serie di circostanze sfortunate, oppure uno psicopatico che per tutta la sua vita si è finto il ragazzo perfetto, ma che se liberato potrebbe uccidere ancora? Da lontano, la morte di Hae Min Lee è un caso da manuale di quello che ora siamo abituati a identificare come femminicidio: stiamo insieme, tu mi lasci, io ti uccido. Da vicino, la vista è molto diversa: ma cosa stiamo vedendo davvero?

Tutto questo avviene con il solo supporto audio, per l’appunto, cosa che aggiunge un ulteriore livello di riflessione sulle modalità di fruizione a cui siamo abituati. Una serie la puoi guardare con un occhio sì e uno no mentre fai anche altro: la combinazione di immagini e dialoghi lo rende possibile. Un podcast no, il podcast lo devi ascoltare. Ogni secondo che ti perdi è un secondo in cui ti viene data un’informazione cruciale che ti serve a capire il resto della storia. Serial uccide il multitasking mentale: al massimo puoi giocare a Candy Crush, farti le unghie, correre, lavare i piatti, stirare. Non puoi guardare Facebook, farti distrarre da un tweet, leggere l’incipit di un articolo.

A suo modo, Serial è letteratura, anzi, è grande letteratura. Narrazione, di quella che ti cattura al punto che ti dimentichi di prendere a mazzate il tuo vicino, decapitare il giullare, uccidere la tua ennesima regina dopo la prima notte di nozze. Una storia di cui ti importa al punto di condividere teorie, cercare ulteriori informazioni, attendere nuovi sviluppi. Una storia e un formato che potrebbero segnare una svolta nel modo in cui raccontiamo e ci raccontiamo agli altri.