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Brutta

Il 18 settembre 2020, un gruppo di donne – scrittrici, filosofe, intellettuali, attrici – si sono radunate a Piazza Bra, a Verona, in risposta al Festival dell’Eros e della Bellezza organizzato all’interno dell’Arena con una line-up interamente maschile.
La manifestazione, intitolata
EROSive – La differenza è erotica, ha avuto un successo straordinario e ha dimostrato che le scuse accampate dagli organizzatori per non avere donne in cartellone (il Covid, l’incapacità di tenere un palco davanti a migliaia di persone) erano solo questo: scuse senza fondamento, che nascondono solo una fondamentale – e non so quanto inconsapevole – misoginia.
Quello che segue è il testo del mio intervento. Si spiega da solo.

Ancora grazie a Non una di meno Verona per averci messe insieme in cinque giorni, a dispetto di tutto e di tutti. Abbiamo vinto.
(La foto in testa è di Giulia Siviero.)

Brutta.

Racchia, cessa, chiavica, ciospa, cozza, cinghiale, scorfano, cofano, paracarro, strega, mostro, nutria. La donna brutta ha più nomi di Dio. Rutto, tegame, bidone, boiler, citofono, trabògano, copriruota, parafango, busta de fave o de piscio. Ci sono mille modi per definire una donna che non sia conforme ai parametri estetici correnti, che non abbia un bel viso, una bella pelle, bei capelli, un indice di massa corporea pari o inferiore a 18, massimo 20. Roito, scrondo, cancello, purp’, boda, bueo, ritrécine, scùtu, lario, befana, carampana, scaldabagno, idealstandard.

La maggior parte di questi epiteti non ha un equivalente maschile, neanche quando la parola lo è. Il bersaglio, comunque, sono quasi sempre le donne. Lo conferma anche il dizionario Treccani, che vi leggo testualmente:
ràcchio1 agg. – Brutto, sgraziato, detto di persona, soprattutto di donna: una ragazza racchia; quanto è racchia! (e anche, sostantivato, è una racchia).

Insomma, non ci provate neanche: l’uomo brutto non può competere, rimane al palo con una manciata di epiteti, ma non importa, perché un uomo ha il permesso di essere brutto. Di essere calvo, grasso, con gli occhi a palla, il naso prominente. La bruttezza non ha mai impedito a un uomo di occupare spazio nel mondo, anzi: “omo de panza, omo de sostanza”. O per dirla con un Jerry Calà degli anni ’80: “Io non sono bello: piaccio”.

L’attrattività di un essere umano non è quasi mai una questione volumetrica. Lì dove non arriva la perfezione delle fattezze, arrivano spesso lo spirito, l’intelligenza, la dolcezza, la sensualità. Se soltanto i belli fossero amati e desiderati, la razza umana si sarebbe estinta da un pezzo. L’erotismo nasce più spesso dalla sorpresa e dallo spiazzamento che dalla perfezione: un corpo imperfetto è più memorabile di uno che abbiamo visto mille volte riprodotto con variazioni minime. Non è di vita sessuale che parliamo, qui, ma di come raccontiamo i corpi e le persone. Del potere che attribuiamo agli uni e alle altre. Di quale sia davvero la natura del potere, e in quanti modi per una donna sia impossibile non porsi il problema di come viene percepito il suo corpo.

Neanche le madri costituenti sfuggono a questa regola. Teresa Noce, partigiana, attivista, sindacalista, si autodefiniva “Brutta, povera e comunista”. Che fosse brutta era rilevante? Di sicuro non lo era per i suoi compagni di partito e di lotta, che non erano proprio degli adoni. Teresa Noce ci ha dato le prime leggi di tutela delle madri lavoratrici, che prima non esistevano. Ma una volta successe che Teresa, nome di battaglia Estella, doveva arrivare alla stazione e il marito, Luigi Longo, mandò un compagno a prenderla. Non c’erano i social network, la gente non aveva modo di riconoscersi a vicenda semplicemente sbirciando delle foto, e insomma il giovane dice a Longo: “Come la riconosco, la compagna Estella?” E Longo: “Facile: è la più brutta di tutte!”

Essere bella è talmente una necessità sociale che nessuno dirà mai di una donna che è brutta, a meno che non la voglia ferire. Anzi: rassicurare le donne sul loro status di “bella” è un rito sociale che ha più a che vedere con l’affetto che con l’effettiva leggiadria della donna in questione. Perché essere brutta è un peccato mortale, una tara, un crimine a cui bisogna porre rimedio con ogni mezzo. Trucchi correttivi, chirurgia estetica, schiacciapancia e alzatette, tagli di capelli strategici e abiti per “valorizzare” la forma del corpo, perché il corpo di una donna non ha valore che non sia quello attribuito dall’estetica.

Ci sono tanti momenti in cui si diventa donne, ma nessuno conta come quello in cui capisci quale posto ti è stato assegnato in maniera più o meno esplicita nella grande graduatoria del gradimento maschile. Non la maternità, non il ciclo mestruale, niente di tutto questo: il momento in cui diventi donna davvero è il momento in cui capisci se sei figa, e se sì, quanto. Perché quel momento determina la quantità di capitale sessuale che ti puoi spendere nei rapporti sociali, il tuo posizionamento rispetto a chi detiene il capitale vero e proprio, il grano, il potere. Se il Figometro riporta valori alti, hai già vinto la lotteria. Poi certo, c’è il problema che tutta quella bellezza va mantenuta, e dura sì e no una quarantina d’anni, anzi: se il calcolo parte dal momento in cui ne sei consapevole, saranno venticinque anni in tutto, poi comincia l’affanno perché il Figometro scende, magari di poco, ma scende. E scenderà che tu faccia figli o meno, che tu faccia o meno manutenzione della carrozzeria, il Figometro va verso il basso, giù giù giù giù, e più scende meno conti, più scende più aumentano le probabilità che ti dicano che sei brutta, vecchia, una strega, eccetera. Più scende, minori sono le tue probabilità di trovare lavoro in certi ambienti. Più scende, più sei esposta alla crudeltà altrui.

Il Figometro è tarato dai maschi. Sono i maschi che hanno deciso e continuano a decidere chi sale e chi scende. Sono i maschi gli unici giudici possibili, i titolari dell’unico sguardo che conta, e non ce n’è uno che non abbia in qualche modo fatto uso di questo potere, per ferire o rassicurare. Sono i maschi quelli che hanno deciso che i corpi delle donne vanno guardati, soppesati, giudicati, e che il giudizio su quei corpi va espresso senza remore, senza timore, perché sempre richiesto, sempre necessario.

“Brutta”, o una delle sue decine di varianti, è un modo rapido per rimettere una donna al suo posto, per umiliarla, ridurla al suo corpo e alla sua supposta indesiderabilità.

“Brutta” era anche il titolo di un’adorabile canzoncina di Alessandro Canino, in gara al Festival di Sanremo del 1992. Una canzoncina in cui chissà quante di noi si saranno identificate. La brutta di Alessandro Canino viene ritratta in un momento tipico della vita delle ragazze, quello in cui ti guardi allo specchio e ti sei pure truccata, ma comunque ti vedi orrenda, piangi disperata anche se là fuori ci sono gli amici venuti a festeggiare il tuo compleanno, “e il rimmel si strucca”. “Eri una bambina/La più stretta della scuola/Eri un’acciughina”, e noi ragazzine goffe e sottopeso eravamo tutte un fremito, ci sentivamo finalmente viste. Lo sguardo benevolo di un essere umano di sesso maschile si posava su di noi, e dopo averci descritte come fagotti occhialuti senza tette (Canino, ma che eri a casa mia?) ci dava la sua benedizione. “Perché per me non sei brutta”.

Essere brutta significa essere inscopabile, essere inscopabile ti rende arrabbiata con gli uomini, e per estensione quindi ogni tua opinione deve essere colorata da quella rabbia, non legittima, non oggettiva. Come se il cazzo fosse una bacchetta magica che ti fa smettere di avere opinioni, e come se il maschio medio avesse davvero la capacità di obnubilare ogni posizione politica dissenziente con la sola imposizione della sua nerchia, ragazzi, io non voglio dire, ma vi state un tantinello sopravvalutando. Del resto, sai che novità: lo fate sempre.

È che abbiamo fatto credere ai maschi di essere davvero importanti, essenziali perfino, nella formazione della nostra autostima e nell’orientamento delle nostre decisioni: se sei una che nessuno si vuole scopare, allora ti devi odiare, ti devi sentire meno di zero. Il tuo non essere percepita come oggetto, come buco circondato da un’amabile carrozzeria in cui infilare il proprio membro per poter dire di averlo fatto dovrebbe essere un problema. Non trovare gente che “ti voglia scopare” piuttosto che “voglia scopare con te” dovrebbe essere un problema.

Siamo talmente abituate a questo sguardo che lo abbiamo introiettato. Assolvere ai doveri minimi dell’accettabilità estetica ci pare irrinunciabile, anzi: abbiamo imparato a far passare le cure estetiche, che richiedono tempo e soldi, per “volersi bene”. E non abbiamo torto, eh: solo una che ti vuole male ti manda nel mondo spettinata, con la ricrescita e la pelle grassa. Per uscire di casa così come stiamo – e siccome non siamo Beyoncé, e neanche Beyoncé è Beyoncé, “I woke up like this” è occhiaie, fiatella e paglione in testa – ci vuole un fegato così e una certa dose di follia. Dopo una certa età, anche solo uscire struccata attira gli sguardi: starà bene? Sì, sto bene, questa è la mia faccia.

Se non sei bella, non puoi occupare spazio nel mondo. Non ti puoi esporre allo sguardo altrui. Questa è la legge non scritta. Se lo fai, preparati a essere perfetta sotto ogni altro aspetto (e a quel punto: cosa ti costa darti una sistemata?) oppure sappi che al primo passo falso pioveranno gli insulti. No, ho detto una stupidaggine: gli insulti pioveranno comunque, se non sei brutta sei zoccola, non si scappa. Il problema è occupare spazio nel mondo in un modo non conforme alle aspettative, tutto qui. O decori o servi, o ti fai guardare o fai il tuo con il massimo della modestia e il massimo della competenza o ancora meglio, il massimo del servilismo, mentre intorno a te uomini mediocri in ogni senso si pavoneggiano come se fossero titolari del Logos, della parola che le origina tutte.

La line-up del festival che non sarà nominato ne è una rappresentazione plastica: tutti uomini, a disquisire di bellezza. Le donne non ne parlano. Le donne sono la bellezza. Sono l’oggetto, l’argomento, la cosa. Se poi la bellezza si presenta in congiunzione con l’eros, vade retro femmina: una donna non parla di erotismo, una donna è l’erotismo.

E se non è la bellezza e non è l’erotismo, una donna, cos’è?

Per scrivere questo brano, ho chiesto alla mia community di Twitter di elencarmi i modi per definire una donna brutta. Era un tweet abbastanza innocente, ma che oltre alle risposte di chi aveva capito a cosa mi serviva si è attirato anche le attenzioni di chi, non seguendomi, l’ha interpretato all’opposto del suo significato e si è inalberato tantissimo, o ci ha tenuto a spiegarmi che “tutte le donne sono belle” (se uomo: specificando “per lui”). Questo mi ha confermato una cosa: “brutta” è l’ultimo tabù. “Troia” ce lo stiamo riprendendo, con spavalderia, con incoscienza, facendo quello che ci va. “Brutta” no. Nessuna donna lo rivendica con orgoglio, o volentieri. La bellezza è requisito basilare per l’esistenza in vita, sentirsi belle è fondamentale per affrontare il mondo con il minimo della sicurezza di sé. Se bella non sei, bella se non altro ti devi sentire, bella a modo tuo. Ti devi piacere. Altrimenti non ti meriti il gradimento degli altri.

Il tuo corpo viene prima di te, prima di quello che sei, di quello che esprimi, della tua intelligenza, del tuo senso dell’umorismo. Se ti danno della troia, puoi rispondere “Sì, e allora?”

Se sei brutta no.

A “brutta” non si risponde, o si risponde “come ti permetti”. Ma nel momento in cui rispondi, qualunque cosa tu avessi da dire viene soffocato dalla diatriba sul tuo aspetto, fra quelli che ti difendono, quelli che difendono il tuo aggressore e quelli che disquisiscono sul sessismo della società italiana.

Occupare spazio in pubblico da brutte, sentendosi brutte, sapendosi brutte e fottendosene altamente, quello è l’obiettivo. In un mondo che ci chiede di farci piccole, di non disturbare, allargarsi e dilagare, tracimare e prendere spazio, alzare la voce, fare rumore. “Brutta”, e quindi? Oggi sono brutta, domani sono bella, non ha importanza. Quello che importa è che sono qui, esisto, e non ho nessuna intenzione di sparire.