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The Morning Show e la superiorità della finzione narrativa

Prima di scrivere questo post sono andata a cercarmi le recensioni di The Morning Show, che abbiamo recuperato di recente su Apple TV, giusto per farmi un’idea di come fosse stata accolta dalla critica anglosassone. Ho scoperto una cosa: nel 2020, c’è ancora chi stronca una serie al primo episodio perché è “troppo buona con gli uomini cattivi”.
Giuro.

The Morning Show, in superficie, parla di cosa succede quando un “uomo cattivo” viene allontanato dal lavoro perché ha commesso quello che nel gergo televisivo rientra sotto il vasto ombrellone della cosiddetta “sexual misconduct“, che in America copre una vasta gamma di casistiche, dalla molestia alla relazione con una persona su cui si esercita una forma di potere professionale, il classico scenario “capo con segretaria” che affascinava Venditti quando si domandava quella cosa degli occhiali, ma sto divagando. La storia è palesemente ispirata ai casi di Roger Ailes e Matt Lauer, e ha come protagonisti Alex Levy, anchor di un programma tipo UnoMattina che sta perdendo la sua popolarità insieme alla freschezza della gioventù; Mitch Kessler, il suo collega (e uomo oggetto dell’allontanamento); e Bradley Jackson, l’ingenue della storia, giovane e ruvida reporter di provincia con l’ossessione di fare sempre la cosa giusta.

Non è difficile capire che l’arco narrativo di Mitch (e per estensione di Alex, che per quindici anni ha lavorato gomito a gomito, e di tutta la redazione) è proprio l’epifania rispetto ai suoi comportamenti, che gli vengono rivelati man mano che si rivelano allo spettatore. Non è un viaggio che si compie del tutto in parallelo: chi guarda la serie capisce molto prima di Mitch stesso che cosa sia successo davvero, perché Mitch si aggrappa molto a lungo all’idea di essere un perseguitato, un uomo che è vittima di una “overcorrection“, come la definisce il produttore Chip Black all’inizio, una reazione a secoli di oppressione che travolge tutti senza stare a fare troppi distinguo. The Morning Show è didascalica nel presentare casistiche diverse (la relazione consensuale fra colleghi; l’ex amante di Mitch che non si è mai sentita costretta ad avere rapporti con lui, ma che ha comunque pagato pegno per averli avuti) ma il punto in cui risulta più efficace è proprio l’osservazione di Mitch dal suo stesso punto di vista: quello dell’uomo che non ha davvero mai pensato di stare facendo niente di male, semplicemente perché non se l’è mai domandato prima e niente, nessuno l’aveva mai portato a mettere in dubbio le sue azioni.

Nei primi episodi Mitch appare smarrito, confuso, offeso dalle accuse che gli vengono rivolte. Il punto di vista delle sue accusatrici non viene mai mostrato in soggettiva: quello che vediamo è un uomo esuberante, infedele più per ansia di piacere che desiderio di esercitare il suo potere. Lo scenario classico descritto dai giornali (di destra e non) da #metoo in poi, la vittima perfetta: un uomo potente che non ha fatto niente di male, non ha violato il consenso di nessuna, è solo un po’ allegro e in fondo alle donne fa piacere. L’agnello sacrificale delle nazifemministe a caccia di vendetta. Il San Sebastiano della mascolinità ferita.

È nella narrazione di Mitch che si rivela la superiore funzione della narrativa di finzione su quella giornalistica, che essendo episodica finisce per isolare una prospettiva per volta, un episodio per volta, senza la possibilità di approfondire e finendo per trascurare o perdersi informazioni cruciali per la comprensione e la lettura di un fatto di cronaca, tralasciando volutamente la voce delle accusatrici e trasformando l’aggressore in parte lesa, con tanto di articoli pietistici sulla sua disperazione e la sua perdita di peso. Mitch non esiste, non è mai esistito, come non esistono e non sono mai esistite le sue vittime. La fiction, che intreccia più storie e più punti di vista, permette di mostrare il vero problema alla base degli abusi, ovvero la nostra definizione di consenso e come il consenso esplicito delle donne sia considerato ininfluente in un contesto relazionale. L’idea che tutti gli “uomini cattivi” sappiano e scelgano di essere cattivi è un’idea debole: il che non significa che non debbano essere ricondotti alle loro responsabilità. Mitch non è un innocente, è un uomo ebbro del suo potere sociale, educato a vedere le donne come funzioni della sua vita e delle sue necessità a breve, medio e lungo termine. Ha i soldi, ha la fama, ha la capacità di proiettare il lato più amichevole e simpaticone della sua personalità in tutte le case d’America: non può pensare che esista una sola donna davvero disposta a dirgli di no.

A questo ci serve, la narrativa: a esplorare temi scabrosi senza appiattirli, mostrare le sottigliezze e le complessità nelle situazioni, le diverse percezioni e i binari culturali su cui viaggiamo senza mai domandarci dove ci portino. The Morning Show non è tenera con gli “uomini cattivi”: comprendere non significa giustificare. Comprendere una logica è necessario per smontarla: mostrare la fitta rete di complicità e omertà che protegge e sorregge il privilegio maschile è il modo più efficace per mostrarlo anche a chi ne gode. Non basta, perché ognuno vede solo quello che vuole vedere, ma funziona.